Era il giugno del 1486 quando, in una Racconigi contesa tra duchi e marchesi, nei giorni vicini alla festa del santo patrono Giovanni Battista, nacque una bambina.
Nessuno poteva saperlo allora, ma quasi fosse un segno, quella neonata sarebbe diventata, un giorno, a sua volta protettrice della città.
E di protezione, Racconigi aveva davvero bisogno: il borgo portava ancora addosso gli strascichi dei conflitti tra i signori del tempo, con il loro seguito di carestie, fame, peste e difficoltà economiche.
In mezzo a tutto quel trambusto, Caterina de Mattei, figlia analfabeta di un fabbro e di una tessitrice di seta, trovò fin da piccolissima nella fede la sua più grande forza.
La miseria segnò non solo la nascita di Caterina ma anche l’infanzia. Crebbe in una casa fatiscente di due piani, vicino alle mura, danneggiata gravemente dalle cannonate, con accanto la bottega paterna di ferraio. Le tracce di quell’abitazione, plasmata dai secoli, sono ancora visibili oggi in via Beata Caterina 4.
A soli cinque anni, nella sua stanza, Caterina ebbe una visione: la Madonna le ordinava di dedicare la sua vita a Gesù, come suo mistico sposo, annunciandole che un giorno sarebbe entrata nell’Ordine di San Domenico.
Due anni dopo, fu ancora la Vergine Maria a parlarle. Le rivelò che sarebbe apparsa a un sordomuto per manifestargli un desiderio preciso: la costruzione di una chiesa in suo onore. Per poter riferire quelle parole, l’uomo riacquistò miracolosamente voce e udito.
Col passare del tempo, nonostante Caterina e sua madre lavorassero come tessitrici di nastri (bindej, bindelli di seta) per sbarcare il lunario, la povertà diventò insostenibile e incrinò la serenità della famiglia de Mattei. I rapporti tra i genitori si fecero sempre più tesi e violenti.
Quel clima familiare finì per pesare anche sulla salute cagionevole di Caterina. Pur tra gli stenti, la solitudine e i maltrattamenti quotidiani, la bambina sentiva il bisogno di aiutare gli altri, dedicandosi a opere di carità.
Ma intorno ai quattordici o quindici anni, il suo corpo cedette: arrivarono febbre, magrezza e lunghi giorni passati a letto. Quella fragilità avrebbe accompagnato anche gli anni successivi, segnati da penitenze e continui digiuni. Caterina arrivò a nutrirsi quasi solo dell’Eucarestia e del sangue del Redentore.
Dopo essersi ripresa, la ragazza tornò alla sua vita quotidiana. Crescendo, acquisì una consapevolezza sempre più profonda di sé e della propria vocazione, ispirata da Santa Caterina da Siena.
Diventò una giovane donna di grande bellezza, non solo nell’aspetto. La sua personalità e il suo bel volto, illuminato da una folta chioma bionda, attirarono presto la curiosità della gente e, in particolare, degli uomini. Non tardarono infatti ad arrivare le prime proposte di matrimonio. Caterina le rifiutò: era ormai decisa a consacrarsi a Dio, anche a costo di disobbedire alla sua famiglia.
Proprio in quegli anni, secondo le fonti, iniziarono alcune delle sue esperienze mistiche più intense. Si racconta che l’Altissimo le avesse sottratto più volte il cuore, per restituirglielo nuovo, ardente d’amore divino.
Poi arrivarono le visioni, le estasi e i segni della Passione di Cristo: le stigmate, le piaghe della corona di spine, l’incisione della cosiddetta Croce Sensibile, un segno impresso sul corpo, come memoria della Crocifissione di Cristo. Tutto questo fu fonte di grande sofferenza per Caterina.
Ma era nulla in confronto alle estenuanti lotte contro il demonio, tra tentazioni, presenze oscure e tormenti spirituali che la consumavano nel corpo, ma non nell’anima.
Il 22 dicembre 1513 Caterina diventò, simbolicamente, “sposa del Signore”, unendosi al Terz’Ordine domenicano, guidata da quello che sarebbe diventato il suo motto: “Jesus Spes mea” (“Gesù, speranza mia”).
I frati domenicani erano giunti a Racconigi qualche anno prima su richiesta del principe Claudio di Savoia-Racconigi, anche grazie alle insistenze di Caterina, nonostante la forte contrarietà delle altre realtà religiose attive in paese. Per lei, quella presenza dava compimento a una visione avuta nell’infanzia, quando la Madonna le aveva annunciato che un giorno sarebbe entrata nell’Ordine di San Domenico.
Col tempo, i suoi doni non restarono chiusi nel silenzio della preghiera. Caterina iniziò a essere cercata dalla gente: da donne in difficoltà nel parto, da persone cieche o malate, da famiglie provate dalla sofferenza.
Si diceva che con il segno della croce potesse calmare il cielo, sventare tempeste, spegnere incendi, liberare barche incagliate e proteggere i raccolti. E non solo: a Caterina veniva attribuita anche la capacità di leggere nel cuore del prossimo, di prevedere ciò che ancora doveva accadere e perfino di apparire in luoghi lontani, come trasportata in volo da una forza invisibile.
Per alcuni erano segni della grazia divina. Per altri, qualcosa di molto più oscuro. E così, ben presto, Caterina iniziò a essere additata come strega, o masca.
Nonostante le maldicenze diventassero sempre più insistenti, Caterina poteva contare su persone influenti pronte a proteggerla. Tra queste c’era Claudio di Savoia-Racconigi, che la considerava quasi una figlia spirituale e vedeva nelle sue profezie una guida anche per le più intricate questioni politiche del tempo.
Del resto, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, nelle corti regionali si diffuse la fama delle cosiddette “sante vive” o profetesse di corte: donne carismatiche, mistiche e veggenti, spesso cercate dai notabili per visioni, consigli spirituali e perfino profezie politiche.
Anche Caterina entrò in questa trama di devozione e potere. Ma proprio quella protezione finì per esporla ancora di più: intorno a lei crebbero invidie, risentimenti e dicerie che, con il tempo, diventarono sospetti, poi accuse, infine denunce.
Intorno al 1515, Caterina comparve a processo di fronte al Tribunale della Santa Inquisizione di Torino per i reati di eresia e stregoneria.
Fu assolta, probabilmente grazie all’intervento sabaudo, ma ritornata a Racconigi il peggio doveva ancora venire. Nel 1521 una nuova epidemia di peste colpì Torino e strappò alla vita anche Claudio di Savoia-Racconigi.
Suo figlio, Bernardino I, non mostrò verso Caterina lo stesso interesse del padre. Al contrario, si rivelò poco incline a proteggerla e, nel 1523, firmò un decreto che la condannava all’esilio.
A quel punto Caterina si trasferì nella vicina Caramagna Piemonte. Qui andò ad abitare nella casa del sindaco con la figlia del primo cittadino, anche lei terziaria domenicana, poi in un’altra abitazione con le sue consorelle. L’Ordine, infatti, non prevedeva la clausura, ma la possibilità di vivere in comunità in una casa indipendente.
Nonostante il decreto di esilio fosse stato revocato molto presto, Caterina si rifiutava di ritornare nel paese natale. Così, dopo il 1525, il suo confessore, Agostino da Reggio, abbandonò anche lui Racconigi e si trasferì a Caramagna per starle accanto.
La presunta ambiguità di quella situazione e le scelte controcorrente della mistica la trascinarono di nuovo in un clima pesante, fatto di diffidenza, mormorii e calunnie.
Per la seconda volta, l’ombra dell’Inquisizione tornò ad allungarsi su di lei. Caterina, però, poteva contare sulla protezione di un nuovo appassionato sostenitore, ancora più potente di Claudio: Gianfrancesco Pico Conte della Mirandola, letterato umanista e nipote del celebre filosofo Giovanni Pico.
Mentre intorno a Caterina cresceva la sinistra fama di “Masca di Dio”, il suo protettore, che aveva avuto esperienza diretta nei processi di stregoneria, vedeva in lei non una creatura del demonio, ma una sorta di antistrega: potente, sì, ma dalla parte di Dio.
Dopo essere andato a trovarla a Caramagna nel 1526, un anno dopo Pico ospitò Caterina nel suo castello di Roddi e successivamente a Mirandola. Secondo le fonti, Caterina avrebbe predetto a lui e al figlio la morte violenta che, di lì a poco, li avrebbe colpiti, travolti dalle faide familiari che scandirono la vita del suo benefattore.
In una continua alternanza di guerra e pace, l’esistenza di Caterina proseguì tra opere di carità, esperienze mistiche, sofferenze, miracoli, viaggi e visite da parte di grandi personaggi del suo tempo.
Ma il corpo, segnato da anni di digiuni, penitenze e visioni tanto paradisiache quanto infernali, si faceva sempre più fragile. Caterina trascorse gli ultimi anni a Caramagna, dove morì il 4 settembre 1547, consumata da un’esistenza vissuta sul confine: tra santità e stregoneria, devozione e paura, grazia divina e incursioni demoniache.
Dopo la morte, però, il suo viaggio non era ancora finito. Il corpo di Caterina venne trasferito a Garessio, nel convento domenicano di San Vincenzo, un luogo che la mistica conosceva già e a cui era legata anche attraverso il suo ultimo confessore, Pietro Martire Morelli, originario proprio di questo paese della Valle Casotto.
Ancora oggi, lì, è custodita l’urna con le reliquie di Caterina, proclamata Beata da Papa Pio VII il 9 aprile 1808. Tracce silenziose, tuttora venerate, di un cammino straordinario, enigmatico e difficile da definire.
Perché Caterina fu tutto questo insieme: santa, strega, mistica, profetessa. Una donna carismatica, fuori dagli schemi, sospesa tra cielo, terra e inferno, tra luce e tenebra.
Ed è forse proprio nell’impossibilità di racchiuderla in una sola parola che risiede la sua grandezza: quella di una figura che continua ad affascinare non solo i Racconigesi, per i quali è rimasta l’unica Masca di Dio e compatrona della città, ma anche chi si avvicina alla sua storia per la prima volta.
Seguendo le sue tracce tra Racconigi, Caramagna e Garessio, riuscirai anche tu a scostare il velo di mistero che ancora avvolge la sua figura: Caterina fu santa, masca… o entrambe le cose?
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