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Perché si dice che il gatto nero porti sfortuna? Superstizione, streghe e masche piemontesi

Perché il gatto nero porta sfortuna quando attraversa la strada?
E perché questa credenza, ancora oggi così diffusa, continua a influenzare i nostri comportamenti quotidiani?

La superstizione del gatto nero che porta sfortuna è una delle più radicate del folklore italiano e non solo: basta un suo attraversamento improvviso per far scattare scaramanzie, esitazioni e antiche paure che sembrano non aver mai smesso di esistere.

Ma dietro questa immagine così potente non c’è un’unica origine, bensì un intreccio di simboli, credenze medievali e tradizioni popolari che attraversano secoli e culture diverse.

In Piemonte, questa figura enigmatica si lega ancora di più al mondo delle masche, le “streghe” della tradizione popolare piemontese: donne capaci di trasformarsi, muoversi nella notte e, secondo i racconti popolari, assumere anche sembianze feline.

Ed è proprio da questo incontro tra superstizione e folklore che inizia il nostro viaggio.

Perché proprio il gatto nero?

Il gatto possiede caratteristiche che, soprattutto nelle società del passato, potevano renderlo una creatura misteriosa.

Si muove silenziosamente, vede e caccia nell’oscurità, appare e scompare con estrema facilità. È un animale domestico, ma conserva un’indipendenza che lo distingue da molti altri animali che condividono la vita dell’uomo.

A questo si aggiunge il colore del suo manto. Il nero, nella cultura europea, è stato a lungo associato anche alla notte, alla morte, al lutto e all’ignoto. Un gatto completamente nero, capace quasi di svanire nell’oscurità lasciando intravedere soltanto gli occhi luminosi, possedeva quindi tutte le caratteristiche necessarie per alimentare l’immaginario popolare.

Il suo fascino nasce proprio da questa ambiguità: è vicino all’uomo, ma sembra non appartenergli completamente. Vive nelle nostre case e contemporaneamente conserva qualcosa di selvatico, indipendente e inafferrabile.

Una perfetta creatura di confine, sospesa tra il domestico e il selvatico, il visibile e l’invisibile.

Ma il gatto è sempre stato considerato un animale malefico?

Assolutamente no.

Basta spostarsi molto indietro nel tempo e raggiungere l’Antico Egitto per incontrare una delle divinità feline più celebri della storia: Bastet.

Il suo culto ebbe uno dei centri principali nella città di Bubastis. Nel corso della lunga storia della religione egizia, Bastet passò da caratteristiche prevalentemente leonine a una sempre più marcata associazione con il gatto domestico, fino a essere rappresentata anche come donna dalla testa felina.

Il gatto poteva dunque assumere significati legati alla protezione, alla dimensione domestica e alla sacralità.

Attenzione, però, a un equivoco frequente: Bastet non era specificamente una “dea gatta nera”. L’associazione con il felino è documentata; quella specifica con il colore nero non costituisce invece l’elemento fondamentale del suo culto.

Il significato negativo che oggi associamo al gatto nero, quindi, non appartiene all’animale da sempre e non è neppure universale.

Il gatto tra Islam e cristianità medievale

Anche nella cultura islamica il gatto ha goduto in generale di una considerazione positiva.

Il rapporto tra Maometto e questi animali è entrato persino nella leggenda. Un racconto molto diffuso attribuisce al Profeta una gatta chiamata Muezza: trovandola addormentata sulla manica della propria veste, Maometto avrebbe preferito tagliare il tessuto piuttosto che svegliarla.

La storia è suggestiva, ma occorre distinguere leggenda e documentazione storica: né Muezza né il celebre episodio della manica trovano riscontro nelle principali fonti islamiche antiche e negli hadith considerati autentici. Non possiamo quindi presentare Muezza come “la gatta di Maometto” storicamente accertata.

Rimane però interessante il diverso significato culturale attribuito al felino. Mentre nel mondo islamico il gatto conservava una connotazione positiva, nell’Europa cristiana medievale lo stesso animale poteva assumere anche significati oscuri ed essere associato all’eresia e al demonio.

Da qui nasce una domanda affascinante: la contrapposizione tra cristianità e Islam, molto forte durante i secoli delle Crociate, può aver contribuito anche a trasformare il gatto, apprezzato nel mondo musulmano, in un simbolo negativo agli occhi dei cristiani?

È un’ipotesi suggestiva, ripresa anche in alcune ricostruzioni moderne, ma allo stato delle fonti non disponiamo di elementi sufficienti per affermare che la demonizzazione europea del gatto sia nata come contrapposizione all’Islam.

La distinzione è importante: possiamo raccontare il contrasto culturale e interrogarci sulla sua possibile influenza, ma non trasformare una possibile interpretazione in un fatto storico.

Il gatto nero e il demonio: la Vox in Rama

Abbiamo invece una testimonianza medievale molto più concreta.

Nel 1233 papa Gregorio IX emanò la Vox in Rama, un documento rivolto contro presunte pratiche ereticali in Germania. Nella descrizione del rituale attribuito agli eretici compare anche un gatto nero, inserito in una cerimonia dalle forti connotazioni demoniache.

È un documento particolarmente interessante perché dimostra che, almeno in determinati ambienti dell’Europa cristiana del XIII secolo, il gatto nero poteva essere inserito in un immaginario legato all’eresia e al demonio.

Bisogna però evitare un altro mito contemporaneo: dalla Vox in Rama non possiamo dedurre che la Chiesa abbia ordinato lo sterminio dei gatti neri o che Gregorio IX abbia dichiarato i gatti animali satanici in tutta la cristianità. Sono semplificazioni moderne che vanno ben oltre ciò che dice il documento.

Quello che possiamo affermare è molto più interessante: il gatto nero compare realmente in una fonte ecclesiastica del XIII secolo all’interno di una rappresentazione del male.

E nei secoli successivi il felino avrebbe trovato un’altra inquietante compagna di viaggio: la strega.

Il gatto nero, le streghe e le masche piemontesi

Il suo aspetto oscuro si accompagnava perfettamente alla natura affascinante e misteriosa attribuita ai felini: indipendenti, spesso schivi, imprevedibili.

Caratteristiche che l’immaginario popolare poteva facilmente accostare a quelle attribuite alle donne considerate altrettanto indipendenti, temute, solitarie, depositarie di conoscenze misteriose: le streghe e, nel nostro Piemonte, le masche.

Tra le metamorfosi attribuite alle masche, quella animale ricorre di frequente nelle narrazioni popolari.

Il gatto era una forma particolarmente adatta: poteva muoversi inosservato durante la notte, entrare nei cortili e nelle stalle, avvicinarsi alle abitazioni e osservare senza essere riconosciuto.

Numerose storie raccontano così di masche capaci di trasformarsi in gatti neri, talvolta descritti come insolitamente grandi e dotati di occhi fiammeggianti, come nel caso della storia di Sabrota La Longia, narrata nell’Atlante digitale interattivo Tracce di Masche.

Ma, almeno nelle leggende, esisteva un sistema per capire se dietro quel gatto si nascondesse davvero una masca.

Ferisci il gatto nero e troverai la masca

Il motivo è uno dei più affascinanti delle narrazioni sulla metamorfosi.

Un uomo incontra durante la notte un grosso gatto nero che lo importuna o lo spaventa e lo ferisce. L’animale sospetto riesce a fuggire.

Il giorno successivo, però, una donna del paese compare con una ferita nello stesso punto nel quale era stato colpito l’animale.

La conclusione, nella logica del racconto, era immediata: Alora l’era na masca.

La ferita che passa dalla forma animale a quella umana diventa la prova materiale della trasformazione: rende visibile qualcosa che, per definizione, avrebbe dovuto rimanere nascosto.

Si tratta inoltre di un motivo folklorico che non appartiene esclusivamente al Piemonte, ma ricorre, con diverse varianti, nelle narrazioni europee sulle metamorfosi di streghe e creature soprannaturali.

Il gatto nero sotto la culla

La paura del gatto nero-masca poteva arrivare fin dentro lo spazio più protetto della casa.

In alcune narrazioni si raccontava infatti che una masca trasformata in gatto nero potesse accovacciarsi sotto la culla di un neonato, provocandogli malanni o persino il soffocamento.

Per scongiurare il pericolo si ricorreva a piccoli gesti e rituali domestici di protezione.

Anche in questo caso è fondamentale distinguere il piano storico da quello folklorico. Non stiamo parlando di fenomeni provocati da creature soprannaturali, ma delle spiegazioni attraverso le quali le comunità del passato potevano tentare di dare un volto a eventi che non erano in grado di comprendere.

La malattia di un bambino, una morte improvvisa o un disturbo comparso senza una causa apparente potevano trovare una motivazione nel soprannaturale.

La masca diventava così la personificazione dell’invisibile, nonché l’ideale capro espiatorio.

E allora perché il gatto nero che attraversa la strada porta sfortuna?

Torniamo così alla domanda dalla quale siamo partiti.

Non abbiamo una singola origine storica alla quale attribuire questa superstizione.

Una spiegazione molto diffusa sostiene che, sulle antiche strade percorse di notte da cavalli e carrozze, un gatto nero fosse difficilmente visibile e potesse comparire all’improvviso davanti agli animali, spaventandoli e provocando incidenti.

È una ricostruzione plausibile, ma non abbiamo elementi sufficienti per indicarla come origine certa della superstizione.

È probabilmente più corretto osservare il quadro nel suo insieme:

  • il colore nero e la notte
  • gli occhi luminosi
  • il comportamento indipendente
  • l’associazione medievale con il demonio
  • il successivo legame con le streghe
  • le numerose narrazioni di metamorfosi

Tutto questo ha contribuito nel corso dei secoli a trasformare il gatto nero in una creatura carica di significati.

Da qui al considerare il suo incontro un presagio negativo il passo, nell’immaginario popolare, diventava molto breve.

Eppure questa superstizione non è universale: in altre culture e tradizioni, come quelle anglosassoni, l’incontro con un gatto nero può assumere significati differenti e persino essere considerato di buon auspicio.

Dal presagio di sventura alla sensibilizzazione: le giornate dedicate al gatto nero

Le superstizioni appartengono al folklore, ma le loro conseguenze possono arrivare fino al presente. È anche per questo che oggi esistono giornate dedicate proprio alla valorizzazione del gatto nero e al superamento dei pregiudizi che lo accompagnano.

Il 17 agosto viene celebrato il Black Cat Appreciation Day, ricorrenza nata negli Stati Uniti per richiamare l’attenzione sulla bellezza dei gatti neri e contrastare lo stigma che ancora li circonda.

In Italia esiste inoltre una ricorrenza specifica: il 17 novembre si celebra la Giornata del Gatto Nero, iniziativa promossa nel 2007 dall’AIDAA – Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente con l’obiettivo di combattere superstizioni, discriminazioni e violenze nei confronti di questi animali.

E non è casuale la scelta proprio del 17, numero tradizionalmente associato alla sfortuna nella superstizione italiana: una provocazione simbolica per ribaltare due antichi presagi negativi, il numero 17 e il gatto nero.

Queste iniziative ci ricordano qualcosa di importante anche quando ci occupiamo di folklore: raccontare una superstizione non significa perpetuarla.

Conoscere perché per secoli il gatto nero sia stato associato alla notte, al demonio, alle streghe e, in Piemonte, alle masche permette anzi di osservare come nasce, si diffonde e si trasforma un pregiudizio.

Il mistero può rimanere nelle storie. La sfortuna, invece, possiamo finalmente lasciarcela alle spalle.

Un ringraziamento a Domitilla Meloni, che ha contribuito alla ricerca e alla raccolta di fonti e tradizioni sul gatto nero da cui ha preso avvio prima un Reel e poi questo articolo del blog.

Fonti e approfondimenti

  • Massimo Centini, “Magia”, in Il Libro dell’Anno, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Per l’ambivalenza simbolica del gatto, il rapporto con streghe e demonio e la persistenza delle superstizioni italiane sul gatto nero.
  • Gregorio IX, Vox in Rama, 1233. Fonte primaria medievale relativa alle accuse contro gruppi ereticali tedeschi, nella cui descrizione rituale compare un gatto nero. Il documento deve essere letto nel proprio contesto storico e non come una generale condanna ecclesiastica dei gatti.
  • British Museum, The Gayer-Anderson Cat e schede della collezione dedicate alle raffigurazioni di Bastet. Per il culto della dea, Bubastis e l’evoluzione della sua iconografia felina.
  • Alberto Borghini, Emanuele Coppola, Metamorfosi e intermetamorfosi nei racconti di folklore, Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico, 2026. Per i motivi folklorici della metamorfosi animale e i rapporti tra strega/masca e forme animali nel folklore dell’Italia settentrionale.
  • Sunan Abi Dawud e altre raccolte canoniche di hadith, per le testimonianze relative al gatto nella tradizione islamica. Per la tradizione relativa a Muezza occorre invece distinguere la leggenda popolare dalle fonti islamiche antiche: il nome e il celebre episodio della manica non risultano attestati negli hadith autentici e non vengono quindi utilizzati in questo articolo come testimonianza biografica su Maometto.
  • AIDAA – Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente, materiali e comunicazioni relativi alla Giornata del Gatto Nero del 17 novembre, promossa in Italia dal 2007 contro superstizioni, discriminazioni e violenze legate ai gatti neri.

Nota sulle fonti folkloriche piemontesi

Le tradizioni relative alla masca trasformata in gatto, alla ferita che ricompare sul corpo della donna e al gatto-masca presso la culla appartengono al patrimonio narrativo piemontese e più ampiamente europeo.