Ci sono tradizioni che possiamo raccontare attraverso date, gesti, strumenti e testimonianze. E poi ci sono storie capaci di fare qualcosa di diverso: riportarci per qualche minuto dentro un mondo che non c’è più.
È quello che accade in Estate 1993, racconto di Noemi Bessone dedicato a una giornata di trebbiatura vissuta attraverso gli occhi dell’autrice bambina.
Ci sono il rumore della macchina e la polvere del grano, il lavoro degli uomini e quello delle donne, il pane, le tagliatelle preparate dalla nonna, i bambini che giocano, il pranzo sotto il portico e quella dimensione collettiva in cui fatica e festa appartenevano alla stessa giornata.
E c’è una fotografia.
Uno di quegli scatti nati per fermare un momento apparentemente quotidiano e diventati, con il passare del tempo, testimonianza di qualcosa che stava per scomparire.
In occasione dell’evento A Viè ‘ntle Vie di sabato 29 agosto 2026 a Vottignasco, sarà possibile rivivere la trebbiatura attraverso una dimostrazione. Era uno dei momenti conclusivi del raccolto: dopo la mietitura, permetteva di separare i chicchi di grano dalla paglia e dalla pula. Ma, come raccontano molte memorie del mondo contadino, intorno a quel lavoro non c’erano soltanto macchine, polvere e fatica: c’erano persone.
Ed è proprio a una di quelle giornate che Noemi ha dedicato il suo racconto. Dopo averlo ricevuto, ho pensato che meritasse uno spazio su Folklore in Piemonte, dove poter essere letto con calma e apprezzato.
C’è infatti un elemento che rende questa narrazione particolarmente significativa ed emozionante: la sua vicinanza nel tempo. Il 1993 non appartiene a un passato remoto, eppure la giornata raccontata da Noemi conserva gesti, ritmi e forme di socialità legate a un mondo rurale che, proprio in quegli anni, stava cambiando.
La trebbiatrice che compare nel racconto è destinata ad andare in pensione. Il progresso rende il lavoro più veloce ed efficiente, ma insieme agli strumenti cambiano anche le occasioni in cui famiglie, vicini e lavoratori si ritrovano intorno allo stesso lavoro.
Ringrazio quindi Noemi per avermi permesso di ospitare questo suo ricordo anche qui.
Estate 1993 di Noemi Bessone
Il ruggito monotono e inarrestabile della macchina trebbiatrice, per quanto forte, non riusciva a soffocare del tutto il vociare degli uomini che le si affaccendavano intorno tra battute sconce, risate sguaiate ed urla di incoraggiamento.
Quella mattina gli uomini si fermarono soltanto per un istante. Il tempo di uno scatto da parte della padrona di casa che non mancava mai di immortalare quelli che all’epoca sembravano momenti di banalissima quotidianità di campagna. Sei uomini dai volti abbronzati, a torso nudo o in maniche di camicia, con cappelli di paglia, berretti o fazzoletti di stoffa a proteggerli dal sole impietoso, si misero in posa. Dritti e sorridenti. Orgogliosi, con una mano a brandire forconi e con l’altra chiusa a pugno e appoggiata su un fianco.
In quella manciata di istanti sembravano non sentire più il calore di quella giornata di luglio, la polvere appiccicata alla pelle, l’odore di sudore mescolato al profumo del grano appena mietuto. E per un attimo smisero anche di sentire il rumore infernale di quella macchina gigantesca che, lenta e pesante, era apparsa quella mattina.
Ospite d’onore della cascina, quella signora ormai troppo agée ingoiava spighe per risputare pochi minuti dopo paglia da una parte e chicchi dall’altra. “Fatto!” aveva gridato la mamma. Noemi era accanto a lei e aveva sentito il rullino girare. “Speriamo che sia venuta bene” pensò la donna ad alta voce prima di accorgersi della presenza della figlia: “E tu! Non andare troppo vicino alla macchina, né!” La bimba, scosse la testa e fuggì il più lontano possibile da quel mostro ruggente avvolto in una nuvola di polvere.
Andò a vedere cosa stava facendo la nonna che da due giorni stava lavorando al pranzo che avrebbe servito per quella giornata speciale. Attraversò il cortile di corsa, chiedendo alle sue gambette secche e piene di graffi di andare più veloce che potevano. “Ciao Noemi!” la voce della nonna aveva accolto l’improvviso arrivo in cucina della nipote. “Vuoi?” chiese sventolando un mazzetto penzolante di tagliatelle crude appena fatte. “Mm buoni”, riuscì a pronunciare Noemi qualche istante dopo, intenta a masticare il grumo di pasta all’uovo che le si formava sulla lingua.
Poi l’occhio cadde sulla sedia a capotavola dove un sacco di farina bianca era stato appoggiato. Ne serviva sempre tanta di farina per fare la pasta, pensò la bimba, poco prima di ricordarsi che aveva visto quello stesso sacco un paio di giorni prima, dal forno, quando i nonni avevano fatto il pane. “Ti sei imbambolata?” chiese la nonna ridendo. Noemi pensò agli uomini che quel giorno lavoravano sotto il sole cocente per ottenere il grano, che sarebbe poi stato trasformato in farina. Pensò alle donne, che avrebbero usato quella farina per ‘fare da mangiare’.
Non vedeva l’ora di fare pranzo, le piaceva mangiare in compagnia, le dava un senso di festa perché tutti erano allegri quando si mangiava insieme agli amici e ai parenti. “Hai già fame?” domandò nonna “prendi un pezzo di pane e vai a giocare, che è ancora presto!” aggiunse senza attendere la risposta della nipote. La bambina obbedì volentieri. Il pane era stato sfornato qualche giorno prima, e i grissini erano ancora freschi e fragranti.
Noemi uscì e lanciò ancora una volta un’occhiata a lato del cortile dove gli uomini lavoravano e corse via. Attraversato il portico, salì una vecchia scala e andò nel fienile. Era mezzo vuoto, ma tra non molto sarebbe stato colmato da covoni di paglia freschi. Sul l’altro lato dello stanzone c’era già un bel covone di fieno. Noemi ci si tuffò a pancia in giù. Si rigirò e iniziò ad osservare il soffitto solcato da grandi travi di legno e chiuso da numerose file di coppi scuri.
Era contenta di quella giornata dedicata al grano, così prezioso da valere sudore e fatiche insieme a tanta festa. D’un tratto, il rumore della macchina trebbiatrice si placò ed il silenzio tornò finalmente a regnare. Noemi si alzò, corse di sotto in cortile e trovò gli uomini intenti a darsi una rinfrescata alla gelida fontana del pozzo.
Dopo che la nonna e la mamma spostarono il tavolone sotto il portico, Noemi diede una mano ad apparecchiare. Nel frattempo, le altre donne iniziarono ad arrivare con i loro manicaretti in dono, accompagnate da bambini saltellanti. Presto la tavola fu imbandita. Tutti si sedettero ed iniziarono a mangiare e a brindare, orgogliosi del lavoro svolto.
Giunto il momento del caffè, i bambini si riavvicinarono al tavolo pronti a prepararsi acqua e zucchero. Noemi mescolava la sua porzione facendo tintinnare il bicchiere, quando sentì il Signor G., il proprietario della macchina trebbiatrice, dire che il prossimo anno avrebbe mandato in pensione la vecchia signora per passare ad un nuovo macchinario molto più efficace e veloce.
La mietitrebbia avrebbe fatto da sola il lavoro di tutti quegli uomini in poche ore. Certo sarebbe costato di più noleggiarla, ma ne sarebbe valsa la pena. Gli uomini annuirono alle sue parole: “Eh sì, è meglio…” oppure “Sì, sì, sulla piana la usano già da un po’…” Noemi però, notò ben poca convinzione in quei commenti. Sorseggiò il suo bicchiere di acqua e zucchero e tornò a giocare con gli altri bambini. Un paio d’ore più tardi la festa si concluse, lasciando a tutti quella sensazione di soddisfazione e felicità che solo un raccolto abbondante, del buon cibo e una buona compagnia possono dare.
La fotografia della mamma era venuta bene. Si era deciso di farla ingrandire, scriverci dietro “Estate 1993” ed incorniciarla. “Che bella quella foto!” commentano ancora oggi gli ospiti accomodandosi in sala, “Eh…quella è stata l’ultima volta che abbiamo trebbiato con la trebbia” è solito precisare il padre di Noemi, con una punta di nostalgia che invita lo sguardo ad indugiare ancora qualche istante, verso lo spirito perduto in quell’estate 1993, tra volti abbronzati e sorridenti, tra il giallo della paglia e il blu del cielo di luglio, nel ritratto di un mondo che non esiste più.
Una memoria da custodire
Una fotografia, una bambina, una trebbiatrice ormai alla fine della sua vita.
Estate 1993 racconta una trasformazione che, vista oggi, sembra appartenere a un passato molto più lontano. E invece è accaduta appena pochi decenni fa.
Racconti come questo ci permettono di comprendere che cosa significasse la trebbiatura al di là del lavoro agricolo: persone, relazioni, gesti, cibo, fatica e momenti condivisi.
Perché quando cambia il modo di lavorare, qualche volta cambia anche il modo di stare insieme.
Noemi Bessone
Attraverso la scrittura dà nuova voce a memorie e storie di un tempo, trasformandole in racconti capaci di arrivare fino a noi.
Nota editoriale: Estate 1993 è un racconto di Noemi Bessone, pubblicato originariamente nel 2023 nell’ambito di Seminare parole nella terra.
Il testo è riproposto su Folklore in Piemonte con l’autorizzazione dell’autrice e senza modifiche.






