Tracce di Masche: le streghe e gli stregoni di Spigno Monferrato

Tracce di Masche ti porta a Spigno Monferrato (AL), alla riscoperta di una delle più drammatiche vicende di stregoneria documentate nel Piemonte del Seicento.

Era il 1631. La peste infuriava, la popolazione era stremata e, tra Spigno e la piccola borgata di Rocchetta, antichi sospetti iniziarono a trasformarsi in accuse. Donne e uomini, già indicati dalla pubblica voce e fama come masche e masconi, vennero coinvolti in un processo destinato ad allargarsi sempre di più, tra interrogatori, torture e confessioni.

Margarita Bracha, Bianchina Suliana, Caterina Marencha, Bartolomeo Perletto e gli altri protagonisti di questa storia ci conducono dentro una comunità sconvolta dalla paura, alla disperata ricerca di un colpevole della peste.

Inizia il tuo percorso seguendo le loro tracce tra le pagine superstiti di una storia ancora oggi avvolta da molti interrogativi.

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Nella prima metà del Seicento, una devastante epidemia di peste bubbonica colpì l’Europa fino a raggiungere il Piemonte Sabaudo. Persino l’illustre penna manzoniana la raccontò ne “I Promessi Sposi”, descrivendone gli effetti drammatici sulla popolazione, già da tempo sprofondata in un incubo che sembrava senza fine: la Guerra dei Trent’Anni.

Di fronte a una situazione disperata e sempre più complessa, le persone iniziarono a interrogarsi sul motivo di tutto quel patimento: avevano forse commesso dei peccati così gravi contro Dio o la sua cerchia divina, da doverli espiare con una pena lunga e altrettanto crudele?

La misericordia del Signore, invocata ogni giorno, si rivelò vana di fronte a guerra, peste, carestia e miseria. Ma la risposta a tutto quel caos non tardò ad arrivare. Secondo il pensiero comune, si manifestò attraverso sembianze umane, per lo più femminili, ma a volte anche maschili, capaci di commettere i crimini più efferati e di trasformarsi in animali notturni.

In realtà, queste figure vivevano da tempo nella comunità ed erano tollerate, nonostante venissero guardate con timore e sospetto. Il comportamento, giudicato strano, diverso, le capacità e le conoscenze particolari in loro possesso alimentavano dicerie più o meno innocue, ma sempre più insistenti.

Le chiamavano masche e masconi o streghe e stregoni. Quelle parole misteriose e sinistre diventarono presto sinonimi di untori e propagatori del contagio, riservando alle persone così definite un destino atroce che grida ancora oggi giustizia.

Ed è proprio ciò che avvenne a Spigno Monferrato. Per via della sua posizione strategica, il piccolo paese della Valle Bormida fu fin dal Cinquecento terra ambita dagli Spagnoli e crocevia di truppe europee che impoverivano il territorio, esasperando la popolazione. Data la situazione così delicata, aggravata dalla peste, non è un caso che qui la seicentesca caccia alle streghe raggiunse un triste primato, probabilmente ineguagliato in Liguria e nel basso Piemonte.

Il 9 luglio 1631, nella Chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio nel centro storico di Spigno Monferrato, il Procuratore Fiscale della Curia Vincenzo Bachiello si presentò davanti all’arciprete Giovanni Verruta per sporgere denuncia formale contro alcune persone, accusate di molti “assassinamenti et stregherie”.

La maggior parte proveniva da Rocchetta Vecchia, frazione medievale nascosta tra i boschi di Spigno, di cui rimangono i ruderi della chiesa, le antiche mura di accesso e i resti delle abitazioni. A distanza di tre giorni, iniziò l’interrogatorio dei primi testimoni. Tra i nomi più citati comparve quello di Margarita Bracha, ritenuta “masca e strega”, anche in virtù dei precedenti famigliari: sua sorella e suo fratello sarebbero morti sul rogo a Roccaverano, con l’accusa di essere una masca e un mascone.

Secondo le testimonianze, Margarita e sua figlia Margarina sarebbero state avvistate a girovagare di notte “scapelliate” (spettinate). Inoltre, Margarita avrebbe anche “mascato”, cioè causato la morte con un maleficio, alcuni fanciulli e un neonato.

Il piccolo, oggetto delle sue lodi per via della bellezza, iniziò a sentirsi male e dopo tre giorni morì con quello che venne descritto come il segno di una mano infuocata in corrispondenza dei reni. Anche le espressioni abituali di Margarita, come: “che il Diavolo l’accompagni” sembravano rafforzare la sua pessima reputazione.

Un altro nome che emerse fu quello di Bianchina Suliana o sii Santino, considerata una strega per la scarsa partecipazione alla messa. Alla liturgia, sembrava che Bianchina preferisse la raccolta delle erbe per i suoi animali.
Mentre la notte c’era chi sospettava ballasse sotto gli alberi e che parlasse spesso da sola o, ancor peggio, con qualche demone.

Ma Margarita, sua figlia e Bianchina furono solo le prime di una lunga lista di vittime a cadere nelle maglie della giustizia. A popolare quell’elenco vi fu anche Bartolomeo Perletto, detto “Il Caramello”, che, mentre teneva per la
barba un caprone, fu sentito pronunciare le seguenti parole ad alta voce: “questo è il mio padrone e quello che mi governa, mi dà denari e tutto quello (che) ho bisogno”.

Il caprone, Perletto, l’avrebbe anche cavalcato, proprio come le streghe per raggiungere il sabba. Inoltre, secondo la pubblica voce e fama, il mascone non aveva neanche una corona del rosario e disertava le funzioni religiose per andare a lavorare. Altro nome emerso fu quello di Caterina Marencha, anch’essa additata come vecchia strega.

E ci fu pure chi, come Lucia Peirana, interpellata per le proprie capacità terapeutiche, individuò in tre masche le responsabili del mal di schiena di un suo paziente, per poi essere ritenuta lei stessa una masca.

Il 14 luglio 1631, di mattina, avvennero i primi due arresti con sequestro dei beni delle imputate: Margarita e Bianchina. Nel frattempo, gli interrogatori continuarono e alcuni di coloro che vennero ascoltati in qualità di testimoni finirono a loro volta tra gli imputati.

Dalle domande rivolte a Margarita, emerse che era un’anziana vedova. A suscitare l’attenzione di chi la interrogava fu anche il suo ventre, tanto che le chiesero se fosse incinta. Per una donna della sua età e, soprattutto, senza marito, una simile circostanza avrebbe suscitato scandalo.

Margarita rispose con una battuta destinata a restare impressa negli atti: erano ormai vent’anni che non partoriva figli e, se era “pregna”, lo era soltanto “di pane e di vino”. Non era di certo ricca di beni, ma lo era di spirito: la battuta pronta e il temperamento sopra le righe la rendevano diversa rispetto alle sue compaesane.

Altra sua caratteristica era la capacità di curare la giazza, un male che colpiva i bovini, e i vermi grazie alla recita di preghiere e formule che mescolavano sacro, profano, saggezza popolare e superstizione, rendendola una sorta di guaritrice di campagna.

Mentre gli interrogatori proseguivano, il Podestà e i rappresentanti della giustizia locale erano decisi a “torquerle”, cioè a torturare le imputate. Ignorando la reale causa del contagio, consideravano le streghe responsabili
della sua diffusione.

L’uso della tortura contro le prigioniere doveva però essere autorizzato dalla Chiesa. Nonostante ciò, a Spigno, nell’urgenza di dare risposte a una comunità sempre più decimata e terrorizzata, le autorità civili accelerarono tempi e procedure per giungere quanto prima a un tutt’altro che lieto fine.

Sottoposta alla tortura della corda, che prevedeva il sollevamento della persona con le braccia legate dietro la schiena tramite una carrucola, Caterina Marencha di Merana (località tra Piana e Spigno) riuscì a resistere per ben due ore prima di confessare “liberamente” di essere masca.

Rivelò che, trovandosi d’inverno senza pane né alimenti per i figli, aveva invocato un aiuto, da Dio o dal Diavolo. A suo dire, fu proprio il demonio a comparirle sotto le mentite spoglie di un bel giovane vestito di verde. La indusse così a tracciare una croce a terra, per poi calpestarla, rinnegare Dio, la Madonna, i sacramenti, oltre ad avere rapporti fisici con lui.

Durante la sua confessione, Caterina menzionò altre donne, tra cui Bianchina Suliana. Quest’ultima, oltre ad aver avuto momenti di intimità col demonio, sarebbe anche andata con Caterina in una certa località “col bastoneto”, un bastone, forse l’equivalente di una scopa, per poi aver ballato col diavolo.

Un’altra a resistere alla tortura fu Margarita Bracha. Insieme alle sue colleghe venne rasata, secondo una pratica che mirava a eliminare eventuali protezioni magiche attribuite al demonio attraverso peli e capelli e a rendere visibili eventuali macchie o segni fisici diabolici.

Fu poi Lucia Rodana a fare altri nomi, allargando la cerchia delle streghe, citando Margarina, figlia di Margarita Bracha, Lucia Peirana, Zanina Suliana, figlia di Bianchina, Marieta Colomba, Bianchina, figlia di Caterina Marencha, e Bartolomeo Perletto.

Insieme a loro, Lucia avrebbe ballato sotto un noce, suonando un tamburino a mezzanotte, per poi unirsi carnalmente al demonio. Sempre Lucia finì per confessare ciò che, dall’inizio di quella caccia, tutti sembravano cercare: un colpevole della peste.

Dichiarò di aver contribuito a portare “la contagione” a Spigno. Accuse e confessioni relative alla diffusione del contagio coinvolsero anche Marieta Barbera, Giacomo Aurame e Lucia Peirana, nella cui abitazione sarebbe stata rinvenuta una “pignatta di untagio” (pentola con unguento per propagare la peste), poi bruciata nella piazza del castello.

Emerse quindi il nome di un secondo mascone, o meglio “masco”, come si definì Giacomo Aurame, che confessò di aver portato la “contagione” a Spigno e di aver provocato delle grandinate.

Se Marieta Barbera parlò di unguenti per diffondere il contagio, Bartolomeo Perletto, Il Caramello, anche lui stregone reo confesso, ne rivelò gli ingredienti: “serpi velenose, bisce, babbi, scelestri, laioli (= rospi, ramarri e
salamandre) et simili animali con erbe poste(ci) dentro dal Diavolo”.

Alla sua preparazione, in quel di Cagna, avrebbero partecipato “in numero di 300 persone”: un sabba infernale molto popolato. L’intruglio sarebbe poi stato distribuito in pignatte, con l’ordine di ungere porte e persone.

Alla fine di settembre, secondo quanto scrisse Don Verruta, le persone incarcerate erano 14. Stretto tra la cautela del Sant’Uffizio e l’urgenza del Signor Marchese, l’arciprete iniziò una fitta corrispondenza con i suoi superiori, mentre da Spigno arrivavano pressioni perché si procedesse rapidamente contro masche e masconi.

La risposta del Sant’Uffizio arrivò solo il 31 gennaio 1632. Il procedimento era pieno di “nullità”: le imputate erano state esaminate confusamente, non risultava alcun corpo del delitto e alcune erano state torturate per più di due ore.

Il Sant’Uffizio ordinò quindi che i presunti colpevoli fossero sottratti al braccio secolare e nuovamente interrogati in un luogo sicuro, lontano dal clamore di Spigno.

Ma non ci fu bisogno di tutto questo: il 29 febbraio il Marchese scrisse al Vescovo di Savona che le donne accusate erano ormai tutte morte. Che cosa fosse realmente accaduto a loro e agli altri coinvolti nel processo, non è possibile stabilirlo con certezza. Ciò mise la parola fine alle tragiche vicende che colpirono le masche e i masconi di Spigno Monferrato.

Questa storia, in realtà, continua tuttora a interrogarci sul destino di quelle donne e di quegli uomini, la cui memoria chiede ancora oggi verità, chiarezza e giustizia.

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Ascolta il racconto

Chiudi gli occhi, premi play e lasciati accompagnare dalla voce della narratrice Cristina Bertolino tra le masche e i masconi di Spigno Monferrato, in una storia di paura, superstizione e accuse, il cui epilogo resta ancora oggi avvolto nel mistero.

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