Ci sono tesori che non hanno bisogno di essere preziosi per avere un valore inestimabile. A volte si nascondono in un ricordo, in un oggetto, in una storia ascoltata tante volte da bambini e rimasta con noi anche quando siamo diventati grandi.
In occasione della Festa dei Nonni, che si celebra il 2 ottobre, Folklore in Piemonte accoglie nella sua Comunità di Custodi Il Tesoro di Mimì di Noemi Bessone. Il racconto ci accompagna tra memoria familiare, affetti e ricordi tramandati.
Perché anche le storie più intime possono custodire qualcosa che appartiene a tutti noi: le nostre radici e le tracce lasciate nelle nostre vite da chi ci ha preceduti.
E forse è proprio questo uno dei doni più grandi dei nonni: il loro amore, che si manifesta anche attraverso le storie che ci lasciano da ascoltare e, a nostra volta, raccontare, continuando quel passaggio di testimone da una generazione all’altra.
Il tesoro di Mimì di Noemi Bessone
Mimì inciampò. Le sue manine atterrarono troppo tardi e le ginocchia ne pagarono il prezzo con graffi rossi costellati di terra e ghiaia. “Ommi, ommi!” rise il nonno che camminava dietro di lei, commentando così l’ennesima caduta di quella bimba troppo impetuosa per quel sentiero di campagna pieno di sassi e buche.
Mimì si sedette a studiarsi le ferite, poi cercò lo sguardo del nonno, che si era abbassato per osservare più da vicino quell’ennesima ferita: “Sputaci sopra e passa tutto!” si affrettò a consigliare lui alla vista del labbro tremolante e degli occhi già gonfi della bambina. Mimì sapeva che al nonno non piacevano le rugne, quindi inghiottì le lacrime, prese un bel respiro e sputò più volte sulle ginocchia arrossate. Si pulì le dita sui pantaloncini e poi le passò sulla pelle sbucciata per spalmare bene la saliva.
“Andiamo, su, ché siamo quasi arrivati!”.
Michele osservò la nipotina alzarsi e rimettersi in cammino; a ogni passo, l’allegria che le scorreva nel sangue la irradiò di nuovo e in pochi attimi la nipotina tornò a saltellare e cantare come faceva sempre. Canticchiava una canzone che la nonna le aveva insegnato: parlava di papaveri alti e di lei, che era troppo piccolina. Tra una nota e l’altra, sfiorava i petali rossi e fragili dei fiori che incorniciavano il sentiero verso le vigne.
La gioia di vivere di Mimì accompagnava le giornate di Michele ormai da qualche anno; osservava come fosse innata, inesauribile. Lui non aveva molti ricordi della sua infanzia e si chiedeva se fosse mai stato così allegro. Riusciva a ricordare solo gli anni di servitù a Cascina Barale e il giorno in cui, quando aveva otto anni, i suoi lo lasciarono lì, in quella tenuta molto più grande e molto più ricca della povera cascina in cui era cresciuto. Avrebbe lavorato, avuto un tetto sulla testa e tre pasti al giorno. Sarebbe stato molto meglio lì, gli avevano assicurato mamma e papà, e lui, con il suo cuore di bambino, aveva creduto loro, e ancora ricordava la fatica a deglutire le lacrime che erano salite inesorabili quando lo avevano lasciato. Ricordava anche le botte che davano a lui e quelle che lui dava agli animali. La nausea per quella minestra che gli rifilavano in continuazione e il freddo della stanza in cui dormiva, che ogni notte gli penetrava nelle ossa sempre di più.
Crescendo, si fece bracciante e poi soldato. Gente meno ignorante di lui gli aveva detto che bisognava partire per amore di patria e per difendere la propria terra, e così fece. Che ne sapeva lui della politica e dei perché? Era partito come facevano in tanti senza sapere a cosa sarebbe andato incontro. Li ricordava bene, lui, quegli anni: il gelo, la sbobba, le marce, il sangue, i cadaveri, le bombe. La morte che gli camminava accanto ogni secondo. La Grecia, l’Albania, la Russia: più gli anni passavano, più la sua terra era lontana, più si chiedeva che senso avesse tutto quanto. Finché un proiettile lo trafisse nel ventre, da parte a parte, e gli garantì il rientro in Italia con un bagaglio di memorie che non lo avrebbe più abbandonato. I ricordi di paura, di senso di ingiustizia e di malinconia di casa, della terra. Anche quando era nascosto tra le montagne con i partigiani, pensava alla cascina dei suoi, che, per quanto misera fosse, era pur sempre una casa sicura.
Mentre erano in vigna e nei campi, lui raccontava tutto a Mimì. Quella bimba era l’unica in famiglia che non gli rimproverava il fatto di parlare solo della guerra, che non lo accusava di annoiare tutti con le sue storie. Mimì era affamata di storie, ma da lui non voleva sentire le stesse che le raccontava la nonna, su bambini minuscoli e masche terribili. Lei voleva sapere dei tedeschi, delle battaglie, dei nascondigli, dei viaggi lontani. E Michele parlava, raccontava della malinconia, della tristezza, della fatica e della paura che ancora infestavano le sue notti e i suoi pensieri. Mimì si faceva seria, si fermava e ascoltava con rispetto il racconto di tutta la sofferenza che la guerra portava ai soldati, alle madri, ai bambini, alla terra. Il nonno indicava i papaveri rossi come il sangue versato; tornavano ogni anno a ricordare ai vivi tutti coloro che erano morti per quella benedetta terra. Per liberarla dal nemico e riprendersela. La terra nei sogni dei soldati lontani che agognavano la quiete di casa, il sudore nei campi e una vita di pace.
Mimì ascoltava attenta e seria. Lei sapeva che il nonno le stava raccontando qualcosa di importante; lo capiva dal suo tono di voce, che tradiva ancora il dolore sofferto. Anche quel giorno, il nonno zappava e parlava. Poi si fermò, prese un pugno di quella terra appena rivangata, si chinò di fronte a lei, che era in piedi al suo fianco, e alzò la mano per aprirla davanti a quei grandi occhi marroni: “Questo è l’unico tesoro che conta, proteggilo sempre!” Mimì tese le manine verso l’impasto marrone sgranando gli occhioni, portò le mani colme di terra al cuore e poi in alto nel cielo, iniziando a correre: “Sono un pirata! E nessuno prenderà il mio tesoro!” Inciampò di nuovo, ma non mollò la presa e per fortuna cadde sull’erba alta e fresca dei campi di maggio. Il nonno scuoteva la testa ridendo alla vista di quelle manine che sbucavano tra i ciuffi verdi e tenevano in alto il tesoro più prezioso che ci fosse al mondo.
Noemi Bessone
Attraverso la scrittura dà nuova voce a memorie e storie di un tempo, trasformandole in racconti capaci di arrivare fino a noi.
Nota editoriale: Il Tesoro di Mimì di Noemi Bessone è stato precedentemente pubblicato nell’ambito dell’edizione 2026 di Seminare parole nella terra, dedicata al tema “Terra e Pace”.
Viene riproposto su Folklore in Piemonte, con il consenso dell’autrice, in occasione della Festa dei Nonni del 2 ottobre.






