C’era una volta in Monferrato un pastore-contadino dal cuore grande e un po’ brontolone: si chiamava Gelindo, un nome che evocava il gelo dell’inverno.
Un giorno dovette partire alla volta di Betlemme per il censimento voluto dall’imperatore romano. Il viaggio era molto lungo, ma Gelindo non era da solo: aveva sulle spalle il suo inseparabile agnellino e, durante la notte, una stella con la coda brillava in cielo, più di tutte le altre, illuminando il suo cammino nell’oscurità. Anche se non sapeva di preciso quale fosse, gli teneva compagnia e a lui bastava…
Passo dopo passo, Gelindo pensava di continuo alla sua famiglia, con una serie di fisse che non gli permettevano di proseguire il viaggio serenamente. Così ritornò indietro per raccomandare a sua moglie Alinda di non perdere di vista la figlia Aurelia, che era in età da marito e piena di corteggiatori.
Nonostante le rassicurazioni della moglie, una volta partito, Gelindo ritornò di nuovo. Questa volta suggerì ad Alinda di chiudere bene porte e finestre, evitando così che la figlia potesse uscire. E se non c’è il due senza il tre, Gelindo ritornò ancora un’altra volta. Intimò di non mangiare le galline né di bere vino per festeggiare con i vicini, ma Alinda aveva già fatto più di un pensiero al riguardo, mentre Aurelia aveva un mezzo filarino con Medoro, il servitore di suo padre.
Dopo tutti questi avanti e indietro, insieme a svariate lamentele tra sé e sé, Gelindo riprese la strada verso Betlemme. Attraversò boschi, colline, laghi, mari e monti, fino a vedere in lontananza la sua destinazione. Lì fece un incontro davvero speciale, che gli cambiò per sempre la vita.
Si imbatté, infatti, in una coppia che lo colpì nel profondo. Lui era molto gentile, ma anziano rispetto a lei che era di una bellezza angelica e in dolce attesa. Gelindo propose ai due di comprare dei tomini e della ricotta che si era portato da casa.
Giuseppe e Maria, così si chiamavano, avevano però ben altre preoccupazioni del mangiare! Stremati dal viaggio, cercavano alloggio per la notte a Betlemme, ma non era più disponibile alcuna camera.
Con grande generosità, Gelindo li avrebbe ospitati volentieri a casa sua, nel Monferrato, ma era troppo lontana. All’improvviso, si ricordò di aver visto una baracca di legno nel bosco… avrebbe potuto fare proprio al caso loro! Mentre in cielo la Cometa brillava più che mai, Gelindo indicò ai due la capanna e poi si congedò. Prima, però, dedicò a Maria, che gli sembrava un’“angelessa”, dei versi pronunciati spesso da sua nonna:
O volto che risplendi come stella
in voi le grazie stan del Paradiso.
Io m’inchino a quel splendente viso
e vi saluto, principessa bella.
A rveisse!
Appresa dagli angeli, là a Betlemme, la notizia della nascita di Gesù, il Messia, rientrato a casa, Gelindo era già pronto a ripartire verso la capanna. Questa volta, tutta la sua famiglia, anch’essa avvisata dagli angeli della buona novella, si mise in viaggio con lui, per vedere con i propri occhi e adorare il figlio del Signore.
Oltre ai tomini, Gelindo pensò di portare in dono al neonato anche un capretto, una gallina, delle fasce, della lana e il suo inseparabile agnellino. Voleva deporlo vicino alla mangiatoia perché tenesse compagnia e un po’ di calore a Gesù Bambino. Mentre tutti cercavano le parole giuste da dire al cospetto del Salvatore, Medoro non aveva dubbi! Gli avrebbe cantato questa serenata:
È meglio essere buoni, meglio volersi bene
altrimenti raccogliamo solo triboli e pene.
Se non c’è lietezza, se non c’è l’amore,
la vita è grigia, è senza colore.
È meglio sempre amarsi senza schiavi né guerra:
si sentano fratelli tutti gli uomini della terra.
Nel frattempo, dalla mangiatoia proveniva il canto di una ninna nanna. Il fieno e il respiro di un bue e di un asinello scaldavano il neonato. Illuminati dalla Cometa, Gelindo e la sua famiglia arrivarono di fronte al bambino, pronti per rendergli omaggio.
E da allora, Gelindo, il primo pastore a incontrare Gesù, Giuseppe e Maria, occupa un posto d’onore nel presepe: è sempre in prima fila per ricordarci che…
L’uma cantà, l’uma recità… l’uma pregà, l’uma schersà
La storia del Gilindu l’é na storia del Munfrà
Tuti j’ani la cuntuma cun vera devussiun
che la storia del Gilindu l’è ntla nostra tradissiun.
Passa l’temp ma Gilindu tuti jani turna an sa:
L’é la storia ad nostra vita… l’é la storia dl Munfrà.
Abbiamo cantato, recitato, pregato e scherzato
La storia di Gelindo è una storia del Monferrato
Tutti gli anni la raccontiamo con vera devozione
perché la storia di Gelindo è nella nostra tradizione.
Passa il tempo, ma Gelindo tutti gli anni ritorna:
è la storia della nostra vita… è la storia del Monferrato.
Bun Natal!
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