Tracce di Masche: la cavalla stregata di Migliabruna

Preparati a seguire le Tracce di Masche nelle campagne di Racconigi (CN), dove incontrerai una figura enigmatica, sfuggente e impetuosa, sospesa tra la vita e la morte, tra luci e ombre, tra natura e soprannaturale.

Scoprirai il legame profondo con il mondo animale, in particolare con i cavalli. Da sempre, compagni, simboli o mezzi attraverso cui le masche piemontesi e le streghe si manifestano.

Ora lasciati condurre tra le nebbie di Migliabruna, dove la leggenda prende forma…

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Ecco il libro digitale con la storia, scritta da Cristina Bertolino e accompagnata dall’illustrazione di Ilaria Minniti, da leggere pagina dopo pagina.

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Un tempo c’era una terra di mezzo, tra Cuneo e la Capitale Sabauda, abitata da re, “matti” e filatoi, dove la magia regnava sovrana.

Quando la notte scalzava rapidamente il giorno e la luna piena si alzava in cielo, una nebbia fitta inghiottiva il paesaggio: funesto presagio di avvenimenti inspiegabili.
La gente si barricava in casa e chi, per pura incoscienza, si avventurava tra le strade di città o lungo i sentieri delle campagne circostanti, rischiava la dannazione eterna.

A cavallo di spaventosi destrieri, gli spiriti maligni si impossessavano del buio e dei mortali che incrociavano sul loro cammino. Quel corteo evanescente trascinava gli audaci nottambuli in luoghi maledetti e sconosciuti, da cui nessuno faceva ritorno.

Teatro di queste vicende oscure era Racconigi, meta di villeggiatura estiva dei Savoia e sede produttiva grazie a un efficiente sistema di cascine reali, alcune delle quali sorgevano nella frazione Migliabruna. Abitare lì significava vivere in un villaggio chiuso, fortificato e inaccessibile dall’esterno.

Eppure, nelle lunghe notti nebbiose di luna piena, a Migliabruna faceva capolino sempre la stessa presenza: una cavalla. Con mostruosi nitriti irrompeva come una furia, squarciando le tenebre e galoppando senza sosta attorno alla corte.

Questa folle corsa turbava il sonno degli abitanti che, svegliati dal fracasso infernale, si domandavano da dove provenisse la cavalla e come porre fine al suo moto perpetuo. Più volte tentarono di catturarla, ma l’impresa si rivelò vana.

Per quanto tangibile, tutti la vedevano correre nel cortile, la cavalla era inafferrabile. All’alba scompariva come un sogno dissolto, per poi irrompere di nuovo al calar delle tenebre, sotto la luna piena, valicando la spessa coltre di nebbia.

Allo stupore iniziale seguì presto la rabbia per l’insonnia e, a lungo andare, la stanchezza si mutò in rassegnazione. Come arrestare una creatura tanto potente quanto fugace? Ma non tutti erano disposti ad arrendersi. Uno degli uomini più esasperati propose: “Mettiamo dei secchi ai lati della corte”. Non avendo idee migliori, posizionarono i secchi e attesero il prossimo assalto.

Coperta da un manto fuligginoso, giunse la notte illuminata dalla luna piena. E, con lei, comparve la cavalla furibonda: piombò nella corte con tale impeto da travolgere, uno dopo l’altro, i secchi disseminati sul selciato… finché non crollò rovinosamente.

La gente del posto, con il fiato sospeso, uscì dalle cascine e accorse verso l’animale disteso. La cavalla non riusciva più a rialzarsi: le zampe erano malridotte. Ma appena si avvicinarono, il destriero si volatilizzò, lasciando dietro di sé solo il silenzio.

Il mattino seguente Migliabruna si risvegliò ancora scossa: i secchi ammaccati giacevano sparsi nella corte, testimoni della notte tumultuosa. Rassegnato, l’ideatore del piano si ritrovò insieme ai vicini a raccogliere quei basin per riporli al loro posto. Mentre borbottava fra sé: “Boja fauss, è stato tutto inutile. Quella cavalla stregata ci darà ancora il tormento e noi, impotenti, continueremo a subire le sue scorribande…” vide qualcosa di molto strano.

La donna più anziana di Migliabruna, una vedova da sempre in perfetta salute e dritta come una candela, camminava a fatica. Zoppicava vistosamente e a ogni passo alternava imprecazioni a gemiti di dolore. Non fu il solo a notarla e quando le chiesero che cosa le fosse successo, lei, stizzita, tagliò corto: “Sono inciampata durante la notte e mi sono fatta male alle gambe”.

Lo stesso incidente era capitato alla cavalla che, dopo la rovinosa caduta, non si era più vista. Stai a vedere che quella vecchietta era in realtà una masca?! E chi lo sa, forse è solo una coincidenza… Già, peccato che le coincidenze non esistano!

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Ascolta la storia

Chiudi gli occhi, premi play e lascia che la voce della narratrice Cristina Bertolino ti accompagni tra nebbiose notti di luna piena, nitriti e cavalcate furibonde.

Approfondimento sul legame tra masche e cavalli

Scopri il legame profondo con il mondo animale, in particolare con i cavalli. Da sempre, compagni, simboli o mezzi attraverso cui le masche piemontesi e le streghe si manifestano.

Questa ricerca, suddivisa in 5 punti espandibili con un clic sul titolo numerato, è il frutto di un lavoro svolto a quattro mani e a due cuori con Domitilla Meloni, con la quale sulle pagine social di Folklore in Piemonte curiamo la rubrica Folklore e Animali.

Volo e galoppo: in viaggio oltre la soglia

Nel confronto tra il volo e la cavalcata della strega e della masca non c’è un “alto vs basso”, ma due modalità dello stesso rito: attraversare una soglia, uscire dal tempo lineare, trasgredire il limite. Se la scopa vola, il cavallo corre: entrambi portano la strega, o la masca, là dove l’umano non può arrivare.

La masca: creatura di confine

Nel contesto alpino-padano la masca è una figura ambigua, complessa e polivalente rispetto alla strega “classica”. Non sempre cavalca la scopa, ma si muove pur sempre nei territori dell’invisibile. A volte svanisce tra boschi e corti. A volte si trasforma in animale.

Altre ancora, non è identificabile con una donna in carne e ossa, in quanto è puro spirito, presenza invisibile ma tangibile per il risultato del suo operato oscuro, che si manifesta alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. Anche quando il cavallo non è citato, rimane pur sempre compagno di passaggi, ponte tra visibile e invisibile.

La simbologia del cavallo in Europa

Nelle culture celtiche, germaniche e slave il cavallo è veicolo rituale: guida lo sciamano, accompagna le anime, scorta divinità tra i mondi.

In chiave femminile, la cavalla richiama forza, fecondità, ribellione. Non è un caso: la dea Epona, signora dei cavalli, fu venerata nelle Gallie e in area romana.

In Piemonte, dove romanità e substrato celtico si intrecciano, l’eco è profonda. Un esempio lampante è il toponimo di Ivrea, Eporedia, “luogo dei cavalieri”. In questa trama le masche si muovono come eredi di un’antica continuità simbolica.

Trecce nel crine: dispetti, protezioni, malefici o marcature?

Secondo la tradizione popolare, trovare la mattina i cavalli con coda e criniera piene di trecce poteva significare solo una cosa: “Aj sun le masche” (“Ci sono le masche”).

Nonostante nodi e trecce possano formarsi naturalmente (umidità, attrito, sudore, rotolamenti), i nostri avi credevano che durante la notte le masche intrecciassero il crine equino per lasciare delle tracce. Queste avevano significati diversi in base alla zona, all’esperienza personale e alle circostanze che si verificavano successivamente al rinvenimento delle trecce.

  • Dispetto, scherzo, ostacolo: le trecce comparivano come impiccio al lavoro e andavano sciolte per tenere ordinati e puliti criniera e coda del cavallo.
  • Talismano: per alcuni le trecce proteggevano il cavallo debole, malato o gravido e si sarebbero disfatte da sole a guarigione avvenuta.
  • Fattura: segno di maleficio per colpire il padrone. Come rimedio, si consigliava di legare lungo la criniera un fazzoletto rosso, il cui colore rappresentava la vitalità e faceva da scudo contro le energie negative, impedendo alle masche di agire.
  • Marchio di passaggio: segno per distinguere il cavallo scelto per le cavalcate notturne verso il sabba. Al mattino, le bestie erano sudate e stremate per le scorribande della notte precedente, con crini indistricabili.

N.B. Le ipotesi sono il risultato della raccolta di memorie orali in Piemonte (testimonianze di discendenti) e rielaborazione di confronti online (gruppi Facebook/Forum) sul significato simbolico delle trecce nei cavalli, in Piemonte e in Italia.

Il Cavalas e le cacce selvagge

Le credenze popolari spesso citano il Cavalas: un enorme destriero notturno che galoppa senza freni e travolge qualsiasi cosa e chiunque incontri. È l’immagine del cavallo infernale, la corsa che non si può fermare.

La stessa scia la ritroviamo nelle cacce selvagge: schiere di spiriti in galoppo che, squarciando la fitta coltre di nebbia, rompevano il silenzio con rumorosi nitriti e rumore di zoccoli. Chi capitava sulla loro via, soprattutto in occasione dell’Epifania, dei sabba e della vigilia di San Tommaso (20 Dicembre), veniva rapito dal corteo e condotto in luoghi perduti, dai quali nessuno faceva più ritorno.

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Form Tracce di Masche (#16)