Un tempo c’era una terra di mezzo, tra Cuneo e la Capitale Sabauda, abitata da re, “matti” e filatoi, dove la magia regnava sovrana.
Quando la notte scalzava rapidamente il giorno e la luna piena si alzava in cielo, una nebbia fitta inghiottiva il paesaggio: funesto presagio di avvenimenti inspiegabili.
La gente si barricava in casa e chi, per pura incoscienza, si avventurava tra le strade di città o lungo i sentieri delle campagne circostanti, rischiava la dannazione eterna.
A cavallo di spaventosi destrieri, gli spiriti maligni si impossessavano del buio e dei mortali che incrociavano sul loro cammino. Quel corteo evanescente trascinava gli audaci nottambuli in luoghi maledetti e sconosciuti, da cui nessuno faceva ritorno.
Teatro di queste vicende oscure era Racconigi, meta di villeggiatura estiva dei Savoia e sede produttiva grazie a un efficiente sistema di cascine reali, alcune delle quali sorgevano nella frazione Migliabruna. Abitare lì significava vivere in un villaggio chiuso, fortificato e inaccessibile dall’esterno.
Eppure, nelle lunghe notti nebbiose di luna piena, a Migliabruna faceva capolino sempre la stessa presenza: una cavalla. Con mostruosi nitriti irrompeva come una furia, squarciando le tenebre e galoppando senza sosta attorno alla corte.
Questa folle corsa turbava il sonno degli abitanti che, svegliati dal fracasso infernale, si domandavano da dove provenisse la cavalla e come porre fine al suo moto perpetuo. Più volte tentarono di catturarla, ma l’impresa si rivelò vana.
Per quanto tangibile, tutti la vedevano correre nel cortile, la cavalla era inafferrabile. All’alba scompariva come un sogno dissolto, per poi irrompere di nuovo al calar delle tenebre, sotto la luna piena, valicando la spessa coltre di nebbia.
Allo stupore iniziale seguì presto la rabbia per l’insonnia e, a lungo andare, la stanchezza si mutò in rassegnazione. Come arrestare una creatura tanto potente quanto fugace? Ma non tutti erano disposti ad arrendersi. Uno degli uomini più esasperati propose: “Mettiamo dei secchi ai lati della corte”. Non avendo idee migliori, posizionarono i secchi e attesero il prossimo assalto.
Coperta da un manto fuligginoso, giunse la notte illuminata dalla luna piena. E, con lei, comparve la cavalla furibonda: piombò nella corte con tale impeto da travolgere, uno dopo l’altro, i secchi disseminati sul selciato… finché non crollò rovinosamente.
La gente del posto, con il fiato sospeso, uscì dalle cascine e accorse verso l’animale disteso. La cavalla non riusciva più a rialzarsi: le zampe erano malridotte. Ma appena si avvicinarono, il destriero si volatilizzò, lasciando dietro di sé solo il silenzio.
Il mattino seguente Migliabruna si risvegliò ancora scossa: i secchi ammaccati giacevano sparsi nella corte, testimoni della notte tumultuosa. Rassegnato, l’ideatore del piano si ritrovò insieme ai vicini a raccogliere quei basin per riporli al loro posto. Mentre borbottava fra sé: “Boja fauss, è stato tutto inutile. Quella cavalla stregata ci darà ancora il tormento e noi, impotenti, continueremo a subire le sue scorribande…” vide qualcosa di molto strano.
La donna più anziana di Migliabruna, una vedova da sempre in perfetta salute e dritta come una candela, camminava a fatica. Zoppicava vistosamente e a ogni passo alternava imprecazioni a gemiti di dolore. Non fu il solo a notarla e quando le chiesero che cosa le fosse successo, lei, stizzita, tagliò corto: “Sono inciampata durante la notte e mi sono fatta male alle gambe”.
Lo stesso incidente era capitato alla cavalla che, dopo la rovinosa caduta, non si era più vista. Stai a vedere che quella vecchietta era in realtà una masca?! E chi lo sa, forse è solo una coincidenza… Già, peccato che le coincidenze non esistano!
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