Una storia echeggia tra i silenzi delle montagne cuneesi della Valle Maira, dissipando le nebbie mattutine del Vallone del Preit… Affacciata al ballatoio di una cascina, una donna dal volto inquietante osservava minacciosa chiunque osasse avvicinarsi alla corte della sua casa.
La chiamavano Sabrota, detta La Longia, (La Lunga) per via dell’altezza fuori dal comune. Non a caso, la sua fama svettò ben oltre le montagne della Valle Maira fino a raggiungere le colline astigiane. Le storie, infatti, viaggiavano dalla bocca del viandante all’orecchio dell’oste, di cascina in cascina: dal cantastorie delle vijà, le veglie contadine invernali, alle donne che filavano la lana o la canapa dopo cena, nel tepore delle stalle.
Prendevano forma nella testa e nel cuore dei bambini, che ascoltavano attoniti quei racconti, per riviverli nei sogni, o meglio negli incubi, e tramandarle poi a loro volta a figli e nipoti. Ed è così che la storia di Sabrota, La Longia, è volata fino a noi… Proprio da quel ballatoio, la masca era solita levarsi in aria per raggiungere una radura nascosta.
Qui si incontrava con altre masche per operare indisturbata nelle tenebre, con una certa predilezione per le notti dei solstizi e degli equinozi, quando la magia si rivelava ancora più potente ed efficace. Dopo questi incontri, conosciuti come sabba, i valligiani trovavano spesso ciocche di capelli, disseminati tra le foglie, evidenza della presenza delle streghe in quella zona. Una notte nel bosco, un soldato incontrò un enorme gattaccio nero dal pelo irto e dagli occhi rosso fuoco. Alla vista di quella creatura mostruosa, il militare terrorizzato sfoderò la spada per difendersi e la colpì alla zampa.
Il felino dolorante emise un miagolio da far accapponare la pelle, per poi sparire nella vegetazione fitta e selvaggia. Il giorno dopo, alla cascina di Sabrota, si presentò il medico del paese per curarle una profonda ferita da taglio sul braccio… In quanto masca, Sabrota era in grado di trasformarsi in un grosso animale diabolico.
Fu proprio lei, quella notte, sotto forma di gattaccio nero, a incrociare il cammino del soldato. Ma c’era dell’altro… Sabrota conosceva bene la magia delle parole e non tardò a darne dimostrazione quando un uomo la trascinò in tribunale per questioni di interesse e la fece condannare. Per vendicarsi dell’affronto, Sabrota scagliò una maledizione contro la famiglia dell’uomo, che portò alla morte, uno dopo l’altro, i suoi tre figli.
Sopraffatto dal dolore, l’uomo tentò di colpire Sabrota con un falcetto, per poi ritrovarsi steso a terra come se fosse stato fulminato. Ripresa conoscenza, iniziò ad abbaiare e a muggire in preda alla pazzia. Furono necessari potenti esorcismi perché tornasse in sé. Alla morte di Sabrota, solo tre uomini osarono portare la bara al cimitero. Durante il tragitto, si accorsero che il feretro era fin troppo leggero.
Arrivati al camposanto, decisero di aprire la bara e scoprirono che… era vuota! Così si racconta che ancora oggi Sabrota, La Longia, si manifesti durante le sue uscite notturne per i boschi… Se intravedi due occhi fiammeggianti che squarciano ’oscurità e un’ombra lunga che si staglia sul tuo cammino, scappa a gambe levate! È probabile che si tratti di Sabrota nel suo eterno peregrinare terreno. Meglio non immaginare cosa avrà in serbo per te…
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