Nel Medioevo Levone, parte della Castellata di Rivara, era un piccolo borgo del Canavese, conteso tra diverse famiglie nobili. La sete di potere di pochi signori finì per ridurre il paese e i suoi abitanti allo stremo. La miseria e la sporcizia dilagavano. Le malattie facevano il resto, corrompendo il corpo e la mente delle persone.
La morte arrivava spesso come un sollievo, dopo aver patito gravi sofferenze e attraversato una rabbia viscerale, insieme a un’impotente disperazione alimentata dall’ignoranza. La paura per l’ignoto, l’inspiegabile e la diversità prendeva le forme più disparate, trasformando in realtà incubi e visioni. In alcuni casi, la follia divenne l’ultimo rifugio silenzioso di anime ferite e stanche.
In questo clima, Levone fu teatro di una delle vicende più oscure della storia, che lo portarono ai giorni nostri ad essere riconosciuto ufficialmente come il Paese delle Masche.
Masca. Una parola misteriosa, spesso sinonimo di strega, capace di avvolgere la persona così definita in un pesante mantello di sospetto, paura, a volte invidia, e persino odio.
Nell’agosto del 1474, questo macigno schiacciò quattro donne levonesi: Antonia De Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya.
Tutte accusate di stregoneria ed eresia. Cinquantacinque i capi d’accusa formulati dal tribunale della Santa Inquisizione. A presiederlo fu Francesco Chiabaudi, padre domenicano e commissario delegato dal Vescovo di Torino.
Come si legge negli atti processuali, oggi conservati nell’Archivio di Stato di Torino, tutti i crimini contestati furono considerati veritieri e dimostrati in base alla “fama e voce pubblica”. Bastava, quindi, il passaparola perché pettegolezzi e pregiudizi si diffondessero, rendendo consistente e credibile qualunque testimonianza, anche la più fantasiosa.
Ben prima del processo, i destini delle masche di Levone erano già segnati. Le loro vite si intrecciarono infatti con quelle delle massime autorità levonesi per delicate questioni familiari.
Custodi di antichi saperi legati al mondo naturale, tra cui le proprietà di piante ed erbe, le masche spesso mettevano le loro conoscenze al servizio della comunità per assistere e guarire i malati, senza chiedere nulla in cambio.
Non sempre, però, le cure davano gli esiti sperati. E c’era chi, come la Chiesa, le guardava con sospetto, percependole come una minaccia a un ordine che non ammetteva alternative: la preghiera doveva restare al centro, davanti a ogni male.
Fu probabilmente in tali circostanze che Antonia e Francesca vennero accusate di aver provocato una ventina di decessi. Tra le vittime c’erano anche due figli e due fanciulli della famiglia del podestà di Levone Bartolomeo Pasquale, oltre a due figlie del Conte Giovanni Francesco Valperga di Rivara, Signore di Levone.
A queste tragiche morti, si aggiunse anche un altro crimine attribuito a Francesca, in combutta con Bonaveria. Si trattava dell’omicidio volontario e per vendetta della bimba che sua figlia Alasina avrebbe avuto da una relazione adulterina con lo stesso conte.
Sempre ai danni dei più piccoli, avrebbero commesso altri odiosi reati. Si parlò di un rapimento: un bambino strappato di mano e salvato appena in tempo dal padre, prima che sparisse con le masche.
A questo orrore ne seguì uno ancora più grande. Nel cimitero di Levone, le masche avrebbero profanato le tombe di giovani anime, esumando i corpi per estrarne ossa e midollo. Uniti alle polveri di rospo, i resti sarebbero stati impiegati per preparare unguenti velenosi.
Uno di questi avrebbe unto un bastone: non un semplice legno, ma uno strumento di potere e di fuga, capace di portare le masche in volo verso città lontane, come Venezia, Pavia e Ivrea. Là si tenevano i sabba: incontri in cui le masche di Levone e tante altre si univano carnalmente ai loro demoni, festeggiando senza alcuna inibizione, tra danze sfrenate, riti contrari alla fede cristiana e cibo a volontà.
Gli alimenti consumati, come carne (lardo, manzo) e vino, sarebbero stati il bottino di furti organizzati, a cui potevano seguire sabba improvvisati anche nella casa derubata.
In queste riunioni infernali, le masche erano persino in grado di resuscitare le bestie, come due manzi: uccisi, mangiati e poi, secondo le accuse, riportati in vita. Animali neri (polli, galli e galline) sarebbero stati offerti ai demoni come atto di fedeltà.
La trama si allargò fino a diventare rete. Secondo l’impianto accusatorio, stregoneria ed eresia non sarebbero state un episodio isolato, ma una pratica consolidata da tempo: dodici, forse quattordici anni. Da Levone al resto del Canavese fino alle porte di Torino, i nomi si moltiplicarono: almeno una trentina le persone citate. E quella rete prese un nome: setta.
L’adesione alla congrega sarebbe iniziata rinnegando le pratiche cristiane: la Messa, la confessione e il segno della croce. Proprio quel segno, tracciato sulla terra, lo avrebbero calpestato, per poi macchiarsi dei crimini più terribili contro la legge, la fede e la morale, sotto la guida dei loro demoni personali. Ognuno aveva un nome: Pietro per Antonia, lo stesso di Pietro Braya, eretico che le avrebbe lasciato un’eredità magica, Gabriele per Francesca, Giovanni per Bonaveria.
E Margarota? La donna riuscì a fuggire dalle carceri del castello di Rivara durante gli interrogatori, facendo perdere le proprie tracce e scampando al più tragico dei verdetti. Di lei echeggia ancora oggi un grido di libertà e di giustizia vera: non quella sommaria strappata con la tortura.
La tortura, infatti, era una pratica sistematica, così crudele da spingere le accusate a confessare già al solo pensiero.
Eppure, tra le masche di Levone, non tutte cedettero allo stesso modo.
C’era chi resistette fino all’ultimo, come Antonia, e tentò persino di difendersi. Dopo la confessione, rivelò infatti di essere stata costretta a commettere tutte quelle malefatte dal proprio demone: l’avrebbe picchiata se si fosse rifiutata. E c’era chi restò in carcere, giorno dopo giorno, finché di lei non rimase che silenzio, come Bonaveria, forse uccisa da quelle violenze incessanti.
Dopo gli interrogatori, Francesco Chiabaudi dichiarò Antonia e Francesca streghe ed eretiche. Al di là della confisca dei beni, la giustizia ordinaria doveva fare il suo corso… Nonostante il rogo fosse sempre più vicino, l’inquisitore invitò il podestà a risparmiare loro la vita.
Il 7 novembre 1474 il caso giunse all’uomo di legge, che si trovò stretto tra il verdetto dell’Inquisizione e il peso delle conseguenze. C’era la sua famiglia di mezzo e contrariare quella sentenza poteva rivelarsi troppo pericoloso. Chiese altri pareri, forse per alleggerirsi la coscienza. Ma alla fine l’esito fu lo stesso: Antonia e Francesca, come la maggior parte delle accusate, vennero riconosciute masche, streghe ed eretiche.
Nel guado Cerrone, detto anche prato Quazoglio, sulla sponda levonese del torrente Malone, le fiamme bruciarono vive Antonia e Francesca di fronte alla popolazione. Una pena esemplare, un monito per il futuro.
La caccia alle streghe si intensificò ben oltre i confini del Canavese. Ma la vicenda delle masche di Levone aprì uno spiraglio: mostrò, nero su bianco, quanto fosse negato il diritto alla difesa delle accusate. Quella storia sopravvisse. Attraversò i secoli, fino ad arrivare a noi, tramandata di generazione in generazione.
E non fu la sola: sono tante le tracce, storiche e leggendarie, di altre masche che popolano Levone e i suoi dintorni.
Di loro restano ricordi paurosi, sussurri tra il fruscio delle foglie e il gorgoglio dei torrenti.
Strane sensazioni… difficili da spiegare.
Come se, da qualche parte, qualcosa non avesse mai smesso davvero di vivere e di parlarci ancora.
© Folklore in Piemonte. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione o la diffusione, anche parziale, senza autorizzazione.