Nel 1495 le terre piemontesi ardevano di fuochi e di paure, riflesso di un’Europa in subbuglio. Gli eserciti di passaggio lasciavano dietro di sé villaggi saccheggiati e incendiati. Alle devastazioni si aggiungevano le malattie: pestilenze e morbi sconosciuti, interpretati come castighi divini. Di giorno le campane suonavano a morto. Di notte il silenzio rimbombava di preghiere e malefici.
In questo clima incandescente, l’Inquisizione trovava terreno fertile. Il sospetto si faceva legge, il pregiudizio verso il diverso diventava sentenza di morte. Il fervore religioso accendeva gli animi del popolo di Dio e le fiamme cominciavano ad avvolgere i presunti peccatori sulla terra, prima ancora che all’inferno.
La mascaria, la stregoneria piemontese, era tra i crimini più temuti e puniti con feroce rigore. Spesso erano le donne, le maggiori indiziate, sospese tra illazioni e misteri, tra storia e leggenda.
Negli ultimi tre mesi del 1495, venti di terrore soffiarono su Rifreddo e sulla vicina Gambasca, borghi della Valle Po nel cuore del Marchesato di Saluzzo. Nove donne furono al centro di vicende tragiche che sconvolsero per sempre le loro vite e l’intera valle. Per secoli sull’orrore calò il silenzio, finché le testimonianze non riemersero, come braci sotto la cenere, sollevando il velo sulle tracce di masche.
Tutto ebbe inizio con la morte sospetta di Maria, la giovane inserviente della badessa Margherita di Manton, del monastero femminile di Santa Maria della Stella a Rifreddo.
Aveva solo diciott’anni. Quando la trovarono, il suo corpo mostrava segni che parevano percosse, ma a guardarli meglio raccontavano uno scempio di ben altra natura.
Di fronte a un evento tanto drammatico quanto inspiegabile, la badessa cercò consiglio tra i religiosi e i notabili del luogo. I sussurri che correvano tra le celle e le vie del paese erano più forti di qualsiasi certezza: maldicenze, erbe rubate dall’orto del monastero, forze oscure che tramavano dentro le mura sacre.
Fu allora che Margherita di Manton decise di rivolgersi a Vito dei Beggiami, inquisitore generale per la Lombardia, la Marca genovese e tutto il Piemonte. Al suo arrivo, il teologo istituì il tempus gratiae, (tempo della grazia): tre giorni, dal 4 al 7 ottobre 1495, durante i quali chiunque avesse peccato o sospettasse di altri, poteva presentarsi davanti a lui e confessare. La confessione avrebbe garantito l’assoluzione.
Quel tempo di grazia si trasformò però in un tempo di fuoco. Un incessante viavai di anime timorose si riversò davanti a Vito dei Beggiami: chi per liberarsi dal peccato, chi per salvare se stesso additando qualcun altro. Rifreddo diventò così un crocevia di voci, accuse, confessioni e condanne.
Tra i denunciati comparve una donna: Giovanna, vedova di Benedetto Motosso di Rifreddo, detta Motossa. Secondo le testimonianze, la donna era una masca, responsabile di malattie improvvise, cecità e dolori lancinanti provocati da un soffio. Per la sua natura, a quelle colpe se ne aggiunse un’altra, ancora più grave: essere l’assassina di Maria, che l’aveva sorpresa mentre rubava delle erbe dall’orto del monastero.
Una volta convocata, Giovanna confessò subito. Era una masca da ben diciott’anni dopo aver ceduto alle tentazioni di un demonio, chiamato Martino. Questo spirito maligno le avrebbe offerto del denaro per alleviare la sua difficile condizione economica dopo la scomparsa del marito.
A caro prezzo, però! Oltre a rinnegare la fede cattolica e i sacramenti, Giovanna avrebbe dovuto intrattenere rapporti intimi settimanali con il diavolo e compiere una serie di azioni contrarie alla religione e alla morale.
Un vortice di malvagità l’avrebbe travolta: dallo spregio della croce, calpestata, fino a delitti contro animali e persone, inclusi bambini, provocandone la morte. Avrebbe accettato tutto pur di non subire la violenza inarrestabile di quel signore del male, che aveva nel mirino persino la badessa.
Le sue numerose rivelazioni furono riportate negli atti processuali, custoditi ancora oggi nell’archivio comunale di Rifreddo, e svelarono l’esistenza di una setta di masche. Giovanna, infatti, non era sola. Avrebbe anche indotto la figlia, Giovannina Giordana, a servire il demone Martino.
A suo dire, entrambe erano in combutta con altre masche: Caterina Bianchetta, detta Catogia, Giovanna della Santa e Romea dei Sobrani di Rifreddo, oltre a Caterina Bonivarda, Caterina Borrella (o Forneria per la sua attività di fornaia), Giovanna Cometta e Bilia dei Galliani di Gambasca. Nel giro di due mesi, con l’aumentare dei processi, e molto probabilmente delle torture, il cerchio si strinse attorno alle nove masche.
Nove nomi, nove donne, nove vite. Chi prima, chi dopo, tutte confessarono le loro presunte malefatte, persino Caterina Bonivarda. Era l’intrusa del gruppo, non solo per la propria condizione agiata, ma anche perché il marito e il fratello cercarono in ogni modo di scagionarla.
Ma qualsiasi sforzo per difenderla fu vano. Forse per sfinimento, o nel disperato tentativo di evitare il braccio secolare, anche Caterina dopo più di un mese di smentite ferree, confermò di far parte della setta delle streghe. Pure lei avrebbe perciò partecipato ai balli collettivi delle masche vicino al fiume e al forno di Rifreddo, oltre ad essersi unita fisicamente col proprio demone, Giorgio, e ad aver disonorato la croce.
Il 6 dicembre 1495, nella sala della badessa del monastero di Rifreddo, la congrega quasi al completo rivelò un ultimo, agghiacciante segreto: il sacrificio di un neonato, ucciso, esumato, bollito, mangiato, e l’uso del suo grasso per ungere i bastoni da strega.
Dopo un simile orrore, nulla avrebbe potuto salvarle dal rogo. Eppure, ad oggi, nessuna testimonianza certa conferma che quelle donne siano mai state giustiziate.Se la speranza è l’ultima a morire, lasciati guidare dal pensiero che, magari da qualche parte e chissà in quale forma, le masche di Rifreddo e di Gambasca siano già tornate o non se siano mai andate.
Scruta la luna piena quando è alta in cielo: potresti scorgere degli strani bagliori, gli stessi che le streghe vedevano infrangere il buio della notte, durante i loro riti magici.
E se fossero… Tracce di Masche?
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