Chi è davvero la masca piemontese? Una strega? Una guaritrice? Una donna temuta perché diversa? Una creatura soprannaturale invisibile ma opprimente, come un fantasma? Oppure una luce, un fuoco fatuo?
Dopo averne seguito a lungo le tracce, la risposta che mi sento di dare è forse la meno semplice di tutte: dipende dal punto di vista dal quale scegliamo di osservarla.
Una fonte processuale del Quattrocento, una testimonianza raccolta nel Novecento, una leggenda tramandata oralmente e un masso erratico, intorno al quale generazioni di persone hanno costruito racconti e ritualità, non ci parlano necessariamente della stessa masca.
Sono tracce di natura diversa e, proprio per questo, devono essere interrogate in modo diverso. Un processo documenta nomi, date, accuse e dinamiche giudiziarie. Una testimonianza orale ci restituisce una memoria situata in un luogo e in un determinato momento storico. Una leggenda segue invece i percorsi della trasmissione e della trasformazione.
È da questa consapevolezza che nasce il modo in cui Folklore in Piemonte ha scelto di seguire le sue Tracce di Masche: non cercando una definizione capace di contenerle tutte, ma provando a riconoscere le molte identità attribuite, nel tempo e nei diversi territori, a una delle figure più sfuggenti del folklore piemontese.
La masca dei processi: quando la storia incontra la paura
Alcune delle Tracce di Masche più importanti che ho incontrato finora arrivano direttamente dagli archivi.
A Levone, nel 1474, quattro donne furono coinvolte in un processo per stregoneria.
A Rifreddo, nel 1495, nove donne finirono al centro di accuse di mascaria, che ci permettono ancora oggi di entrare, almeno in parte, nell’universo di paure, convinzioni e conflitti di una comunità.
I documenti processuali rappresentano fonti storiche fondamentali: ci permettono di ricostruire nomi, luoghi, date, accuse e vicende realmente documentate, oltre a restituirci uno spaccato delle credenze e delle paure del tempo.
Quando però entriamo nel contenuto delle deposizioni e delle confessioni, è necessario considerare anche il contesto nel quale quelle parole furono raccolte e trascritte e le modalità con cui si svolgevano gli interrogatori.
Questo non ne diminuisce il valore: significa, al contrario, leggerla per ciò che può realmente raccontarci, distinguendo gli avvenimenti storicamente documentati dalle accuse per lo più per fama e voce pubblica, dalle confessioni, estorte con la tortura, e dalle credenze che emergono dagli atti.
Ed è proprio attraverso queste fonti che possiamo seguire una delle tracce più antiche e concrete lasciate dalle masche nella storia del Piemonte.
Masca o guaritrice? Una distinzione davvero così netta?
Tra le questioni che più mi hanno fatto riflettere nel corso delle mie ricerche c’è il rapporto tra la masca e le figure femminili alle quali venivano attribuite conoscenze terapeutiche, capacità di cura o competenze legate alla nascita.
Possiamo davvero tracciare una linea invalicabile tra masca e guaritrice?
Le fonti e le testimonianze che ho incontrato finora mi spingono a essere molto prudente davanti a una risposta assoluta.
Questo non significa affermare che tutte le guaritrici fossero considerate masche e nemmeno che, viceversa, tutte le masche fossero guaritrici.
È importante però riconoscere che, in alcuni contesti, i confini potevano diventare molto più sfumati. Una donna, infatti, poteva essere cercata per una cura, per un rimedio o per una conoscenza particolare e, allo stesso tempo, essere temuta e guardata con sospetto proprio per quelle capacità.
La stessa conoscenza che in una circostanza poteva renderla preziosa poteva diventare, in un’altra, motivo di paura, soprattutto quando qualcosa andava storto.
Malattia, morte, mortalità infantile, raccolti perduti e animali che smettevano di produrre latte avevano cause che le comunità del passato non possedevano sempre gli strumenti per comprendere.
In questo spazio di incertezza potevano inserirsi il sospetto e l’accusa, trasformando la masca nel perfetto capro espiatorio.
Non possiamo dunque costruire automaticamente un’equazione tra guaritrice e masca, ma non possiamo neppure stabilire, una volta per tutte, che tra queste figure non esistessero mai sovrapposizioni.
La stessa donna può cambiare identità a seconda di chi la guarda
È forse uno degli aspetti più affascinanti.
Una donna può essere considerata una guaritrice da chi ritiene di essere stato aiutato e diventare una figura pericolosa agli occhi di chi attribuisce a lei una disgrazia.
Può essere venerata da alcuni e sospettata da altri, oltre ad attraversare il confine tra il sacro e il proibito.
La vicenda della Beata Caterina de Mattei da Racconigi (1486-1547), conosciuta anche attraverso l’espressione evocativa di Masca di Dio, mostra quanto le categorie possano diventare complesse quando esperienza mistica, guarigione, profezia, potere, invidia e sospetto convivono intorno alla stessa figura.
Più che una masca nel senso folklorico tradizionale, Caterina era una mistica, a cui la comunità cerca di dare un nome, percependone la straordinarietà, senza riuscire davvero a comprenderla.
Ma il termine masca assume una connotazione diversa se il punto di vista è di un fedele, di un inquisitore, di un suo protettore, come un potente di Casa Savoia.
La masca era sempre una donna sola?
Anche l’identikit sociale della masca cambia a seconda delle testimonianze.
In molte ricostruzioni emerge la figura della donna marginale: anziana, vedova, nubile, povera o comunque priva di una solida protezione familiare e maschile.
Non è difficile comprendere perché donne in queste condizioni potessero essere più vulnerabili al sospetto e all’accusa.
Ma questo non significa che ogni masca raccontata dalla tradizione fosse sempre sola, vedova o senza figli. Altre testimonianze parlano di donne sposate e inserite nella comunità.
Le due immagini non devono per forza escludersi. Anzi, possono raccontarci contesti differenti.
La condizione di marginalità costituisce un elemento importante nella storia delle accuse di stregoneria, ma trasformarla nell’identikit obbligatorio di ogni masca sarebbe una semplificazione.
La masca sfugge alle nostre categorie proprio quando pensiamo di averla finalmente rinchiusa dentro una definizione.
E se la masca non fosse nemmeno una donna?
Poi ci sono le storie che fanno saltare il nostro identikit.
Nella memoria popolare piemontese la masca non appare sempre come una donna. In alcuni casi, è un uomo, un mascun o mascone, e talvolta coincide con il prete del paese.
In altri casi non è un essere umano e non mi riferisco solo alla sua capacità di trasformarsi, assumendo sembianze vegetali o animali, basti pensare alla cavalla furiosa che corre nella notte, come nella leggenda tramandata nella frazione Migliabruna di Racconigi (CN).
Al di là del suo potere di mutaforme, può manifestarsi come una presenza invisibile, una luce, un fuoco fatuo.
A tal proposito, persino l’idea che la masca sia per forza malvagia incontra delle eccezioni: alcune testimonianze raccontano di bagliori interpretati come masche capaci addirittura di accompagnare e guidare le persone lungo il cammino.
Come possiamo allora sostenere che esista una sola definizione?
Forse dovremmo iniziare a parlare non tanto della masca, al singolare, quanto delle molte masche dell’immaginario piemontese.
Quando essere diversa basta per diventare una masca
La preparazione all’esperienza di Paraloup mi ha riportata tra le pagine di Nuto Revelli.
Ne L’anello forte, accanto alle grandi questioni che attraversano la vita delle donne del mondo contadino: lavoro, matrimonio, maternità, sessualità, violenza, emigrazione, solitudine, affiorano anche racconti nei quali compare la parola masca.
Una delle testimonianze che ho scelto di portare durante la tavola rotonda racconta una sfaccettatura molto interessante.
La protagonista non corrisponde alla strega dell’immaginario demonologico. È una donna percepita come diversa, eccentrica, folle, controcorrente (apertamente comunista e sostenitrice dei partigiani in periodo nazifascista), ribelle alle convenzioni (si ubriaca e bestemmia “come un uomo”). E per questo additata come masca.
La parola diventa allora qualcosa di più di una definizione legata al soprannaturale: è un’etichetta. Un modo attraverso il quale una comunità identifica chi non si conforma completamente alle sue regole.
Non possiamo estendere questa testimonianza a tutte le masche piemontesi, ma non dobbiamo nemmeno cancellarla perché non corrisponde all’identikit che avevamo già costruito.
È un’altra traccia.
Le masche lasciano tracce anche nel paesaggio
Ci sono luoghi nei quali la masca sembra uscire dai documenti e dai racconti per entrare direttamente nel paesaggio.
- Il Roc d’le Masche di Vonzo, Chialamberto (TO)
- Il Roc d’le Masche di Pianezza (TO)
- Le Pere Garoire nei dintorni di Rivoli e Avigliana (TO)
Massi erratici, rocce e luoghi particolari diventano superfici sulle quali il folklore ha proiettato storie di incontri notturni, danze, poteri soprannaturali e ritualità.
Alcune cavità naturali diventano impronte, una superficie levigata può rappresentare il segno lasciato dalla scivolata di una masca, un masso può essere associato alla fertilità.
Anche qui il metodo deve essere molto chiaro. Un’incisione o una cavità su una roccia non dimostra che una masca sia davvero passata da lì, o che abbia contribuito alla sua presenza, basti pensare alle origini glaciali dei massi erratici e delle loro striature.
Ma il fatto che per generazioni le persone abbiano raccontato che quella fosse l’impronta di una masca è, a sua volta, un fatto culturale degno di essere raccolto e tramandato.
Il paesaggio diventa così un archivio particolare: non conserva documenti, bensì luoghi sui quali le comunità hanno depositato significati.
Fertilità e masche: un rapporto fatto di vita e morte
Le pietre legate a pratiche propiziatorie aprono un’altra porta sull’immaginario della masca: il rapporto con la fertilità.
In alcune tradizioni, alle pietre venivano attribuite proprietà fecondatrici e le donne compivano gesti rituali, come scivolare o strofinarsi sulla roccia, nella speranza di favorire una gravidanza.
Nelle leggende legate alle masche, però, la fertilità assume anche un volto oscuro e la masca può diventare colei che la minaccia.
Può insidiare:
- la gravidanza
- il neonato fino ad ucciderlo o a rapirlo
- la produzione del latte sia umano che animale
- la fertilità degli animali
Incontriamo così un’immagine ambivalente: potere sulla vita e paura della morte.
Ma anche qui sarebbe pericoloso trasformare questo aspetto in una caratteristica universale.
Non tutte le masche erano sabotatrici della fertilità per loro volontà: molte levatrici, antenate delle odierne ostetriche, finirono infatti per essere additate come masche. Ciò avveniva, ad esempio, quando il travaglio si concludeva con la morte della partoriente e del nascituro, situazione alquanto ricorrente in un contesto molto precario dal punto di vista igienico-sanitario, dove la mortalità infantile era altissima.
Anche in questo caso, l’identità della masca è mutevole, a seconda di chi racconta la storia e del suo epilogo.
Una testimonianza racconta anche il luogo e il tempo in cui nasce
La memoria orale è uno dei patrimoni più importanti che abbiamo.
Senza il lavoro di chi, soprattutto nel Novecento, come Nuto Revelli, ha raccolto le voci delle generazioni precedenti, una parte enorme della cultura popolare piemontese sarebbe probabilmente scomparsa.
Ma proprio perché le testimonianze sono preziose dobbiamo evitare di chiedere loro di raccontarci più di quanto possano.
Una testimonianza raccolta in Valle Maira ci racconta innanzitutto qualcosa di quella Valle. Un racconto ascoltato nel Cuneese può essere diverso da uno del Canavese, del Biellese o dell’Astigiano.
Persino all’interno dello stesso territorio le generazioni possono ricordare cose differenti. Ad esempio, una formula pronunciata prima di parlare delle masche può essere stata fondamentale per una generazione e completamente dimenticata da quella successiva.
Le tradizioni non sono fotografie immobili, cambiano insieme alle persone che le tramandano. Per questo una testimonianza locale non perde valore quando diciamo che è locale, anzi, è proprio il suo radicamento in un luogo e in un tempo a renderla rilevante, unica e speciale.
Storia e leggenda devono davvero farsi la guerra?
Seguendo le Tracce di Masche ho incontrato approcci molto diversi.
Da una parte, chi considera realmente significativo soltanto ciò che può essere documentato attraverso le fonti storiche. Dall’altra, chi pone al centro soprattutto la memoria orale e la testimonianza popolare.
Personalmente, non sento il bisogno di scegliere: una leggenda non diventa un documento processuale soltanto perché ci affascina e un documento processuale non cancella una leggenda soltanto perché appartiene a un altro piano.
È proprio mettendole in dialogo, senza confonderle, che possiamo restituire la straordinaria complessità di questo nostro patrimonio culturale.
Il metodo di Tracce di Masche: seguire senza appiattire
È questa la direzione che ho scelto per Tracce di Masche:
- seguire le tracce nei luoghi, nelle fonti e nella memoria
- contestualizzare senza creare categorie troppo rigide
- valorizzare ogni testimonianza per ciò che può raccontare
Non si tratta di costruire un’enciclopedia che stabilisca una volta per tutte: «La masca è questo», ma creare un atlante nel quale le sue molteplici e differenti identità possano trovare spazio:
- A Rifreddo incontriamo le donne dei processi del 1495.
- A Levone quelle coinvolte nelle vicende giudiziarie del 1474.
- A Racconigi seguiamo una cavalla misteriosa attraverso la notte di Migliabruna e, poco distante, incontriamo l’intrigante figura di Caterina de Mattei.
- A Canosio esploriamo i boschi del Preit sulle tracce di Sabrota La Longia e dei presunti Sabba in una radura nascosta.
Sono queste, oggi, le prime cinque Tracce di Masche. Per scoprirle e seguirle una dopo l’altra, entra nell’Atlante digitale.
Altrove possiamo trovare:
- una roccia
- una leggenda
- una testimonianza
- una luce nella notte
Insieme, però, ci permettono di osservare qualcosa che nessuna, presa singolarmente, potrebbe raccontarci: la straordinaria capacità della masca di trasformarsi attraversando il tempo e il territorio.






