C’era un tempo in cui, nelle campagne piemontesi, la sera non si tornava semplicemente a casa.
Quando arrivavano l’autunno e l’inverno, le giornate si accorciavano e il lavoro nei campi rallentava. Fuori faceva freddo e il buio arrivava presto, ma nelle cascine la giornata non era ancora finita.
Uomini, donne, bambini e anziani si ritrovavano nelle stalle. Si lavorava ancora, certo, ma intanto si chiacchierava, si giocava, si cantava, si raccontavano storie. E magari ci si innamorava.
Era il tempo della vijà, l’antica veglia contadina che per generazioni ha accompagnato le sere delle comunità rurali piemontesi.
Una consuetudine apparentemente semplice, dietro alla quale si nascondeva molto di più: la stalla diventava luogo di incontro, di lavoro e di svago, ma soprattutto uno degli spazi in cui storie, saperi e tradizioni passavano da una generazione all’altra.
Che cos’era la vijà?
Con il termine piemontese vijà si indica la veglia serale che si svolgeva tradizionalmente nelle comunità contadine, soprattutto durante la stagione fredda.
Con l’autunno si concludevano molti dei grandi lavori agricoli e, mentre fuori il buio arrivava sempre prima, la vita si spostava al chiuso.
Uno dei luoghi privilegiati per ritrovarsi era la stalla. Il motivo era anche molto pratico: nelle case contadine il riscaldamento era scarso e il calore prodotto dagli animali, insieme alla paglia, contribuiva a rendere la stalla l’ambiente più accogliente della cascina. Più famiglie potevano così riunirsi e trascorrere insieme le lunghe sere invernali.
Ma immaginare la vijà come una sorta di antico salotto sarebbe riduttivo. Perché, anche quando ci si ritrovava, le mani continuavano a lavorare.
Le mani lavoravano, le bocche raccontavano e le orecchie ascoltavano
Durante la vijà ognuno aveva qualcosa da fare.
Le donne potevano filare lana e canapa, cucire, rammendare gli abiti consumati dal lavoro, fare scapin (calza) o lavorare a maglia. Gli uomini si dedicavano alla manutenzione degli attrezzi agricoli, intrecciavano cesti, costruivano zoccoli, scope o svolgevano altri piccoli lavori manuali.
Erano attività che trovavano posto nelle ore serali, quando le incombenze più urgenti della campagna concedevano finalmente un po’ di tempo.
Il lavoro, però, aveva un ritmo diverso: mentre le mani erano impegnate, si parlava. Ci si scambiavano notizie, si commentavano gli avvenimenti del paese, si condividevano preoccupazioni, speranze, attese e si recitava il rosario, per lo più in latino.
In una società profondamente legata ai cicli agricoli, del resto, la sorte delle diverse famiglie era spesso intrecciata: un buon raccolto poteva significare serenità, mentre una grandinata, una siccità o una stagione difficile potevano mettere in difficoltà un’intera comunità.
La vijà era anche questo: uno dei momenti in cui un paese si ritrovava e si riconosceva come una grande famiglia.
Il lavoro come rito collettivo
La vijà non era l’unica occasione in cui lavoro e socialità finivano per intrecciarsi.
Un altro momento era quello della sfogliatura delle pannocchie di mais: un’attività che poteva coinvolgere più persone riunite insieme per liberare le pannocchie dalle foglie che le avvolgevano.
Anche un lavoro lungo e ripetitivo, quando veniva svolto collettivamente, poteva diventare qualcosa di più. Si lavorava, ma intanto si parlava, si scherzava, si cantava e si raccontavano storie.
La memoria popolare piemontese conserva ancora traccia di queste spannocchiature collettive, rievocate in alcuni territori come momenti laboriosi accompagnati da racconti, musica, canto e convivialità.
Cambiava l’attività e poteva cambiare anche il luogo, ma il meccanismo ricorda quello della vijà: le mani erano impegnate e intanto la comunità si raccontava.
Quando alla vijà arrivavano le masche
E poi c’erano le storie. Bastava forse che qualcuno iniziasse a raccontare perché, almeno nell’immaginazione di chi ascoltava, la stalla cambiasse improvvisamente volto.
Persone umili, che nella vita di tutti i giorni lavoravano nei campi o accudivano gli animali, durante la vijà potevano trasformarsi in straordinari narratori.
Un esempio, nonché la mia più grande fonte di ispirazione, di cui ho sentito parlare fin da piccola, era mio bisnonno materno, Tomaso Caraglio, classe 1875, originario di Vernante (CN). Parsel, così si dice nonno in vernantin, spalancava gli occhi, aggrottava fronte e sopracciglia, gesticolava, modulava il tono, il ritmo e il volume della voce, alternava le parole a preziosi momenti di silenzio, creando momenti di suspence e di terrore. Così riusciva a incantare chiunque lo ascoltasse, un po’ come faceva con le vipere, ma questa è un’altra storia legata al suo essere settimino…
Fatti realmente accaduti e racconti fantastici potevano intrecciarsi, passando di bocca in bocca. Tra i grandi protagonisti di queste narrazioni c’erano le masche.
Storie di streghe, di incontri misteriosi e avvenimenti inspiegabili, come alcune delle tracce leggendarie raccolte nell’Altlante, trovavano nelle lunghe sere trascorse insieme il contesto ideale per essere raccontati.
E se gli adulti ascoltavano con attenzione, per i bambini, come ricordano ancora mia mamma e mia madrina, una storia poteva diventare un modo decisamente più efficace di un rimprovero per convincerli a stare tranquilli e a obbedire. Le masche diventavano, infatti, degli spauracchi, come il babau e l’uomo nero.
Così, quasi senza rendersene conto, i più piccoli imparavano parole, racconti e tradizioni che un giorno avrebbero potuto condividere a loro volta.
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti e più fragili della vijà: non servivano registrazioni, copioni o archivi. Era tutto orale e l’archivio era la memoria della comunità stessa.
Giochi, carte e sfide a morra
Quando gli impegni lo permettevano, durante la vijà arrivava anche il momento del gioco.
Gli adulti potevano sfidarsi a carte o a morra, mentre i bambini si divertivano con giochi semplici, spesso costruiti artigianalmente con materiali poveri, di recupero e oggetti della quotidianità.
Non occorreva molto: uno spazio condiviso, qualche compagno di gioco e un po’ di fantasia erano sufficienti a trasformare una lunga sera d’inverno in un’occasione di divertimento.
Anche giocando si imparava: regole, parole, gesti e abilità venivano osservati, ripetuti e trasmessi.
Oltre ad essere tramandata attraverso i racconti, la tradizione passava anche grazie al gioco.
Una comunità che cantava
Nelle stalle e nelle cascine, risuonava il canto.
Prima che radio e televisione entrassero nelle case, la musica non doveva necessariamente arrivare da fuori: la musica si faceva.
Il canto accompagnava anche il lavoro nei campi, nelle stalle e nelle cascine. Attività lunghe e ripetitive come mietere, vendemmiare, raccogliere il fieno o battere il grano potevano essere scandite dalle voci: cantare aiutava a dare ritmo ai gesti e ad alleggerire la fatica.
Ma attraverso il canto si poteva anche raccontare. Le canzoni custodivano storie, davano voce a gioie e difficoltà e contribuivano ad alimentare una memoria condivisa.
Così, quando qualcuno tirava fuori uno strumento, come la fisarmonica, la serata poteva cambiare ancora una volta: il lavoro lasciava spazio alla musica e, magari, anche a qualche passo di danza, che però non era sempre ben visto, perché implicava il contatto fisico tra maschi e femmine, considerato peccaminoso.
Dai filarini al matrimonio: l’amore ai tempi della vijà
Quelle serate avevano un significato particolare anche per i più giovani.
In un mondo in cui le occasioni per incontrarsi erano meno numerose di oggi, la vijà poteva diventare anche uno spazio di socialità tra ragazzi e ragazze.
Tra una chiacchiera, una canzone e un eventuale ballo potevano nascere simpatie e corteggiamenti, sempre sotto l’occhio vigile di genitori e parenti. Uno sguardo poteva portare a un altro incontro e qualche volta a una storia destinata a continuare ben oltre quella sera.
Ma non sempre la nascita di una nuova coppia era affidata soltanto al caso.
Il bacialé, l’antenato dell’agente matrimoniale
Nelle campagne piemontesi esisteva infatti una figura atipica: il bacialé, l’ambasciatore, il sensale o mediatore di matrimoni.
Il suo compito era favorire l’incontro tra possibili sposi e, soprattutto, tra le rispettive famiglie.
Conosceva persone e situazioni, raccoglieva informazioni e poteva individuare un possibile marito o una possibile moglie. Una volta trovata una combinazione ritenuta adatta, entravano in gioco le famiglie.
Perché il matrimonio nel mondo contadino non era soltanto una questione di sentimenti. Si valutava anche il cosiddetto “esse”, cioè la consistenza economica e il grado di benessere della famiglia con cui ci si sarebbe imparentati. Dote, terreni, bestiame e condizioni familiari potevano avere un peso importante nella decisione.
Il bacialé diventava così il tramite di una trattativa che riguardava non soltanto due giovani, ma gli equilibri di due famiglie.
E se la mediazione andava a buon fine? Aveva diritto a una ricompensa. Le testimonianze ricordano, per esempio, un cappotto, una mantella, un cappello o un foulard.
Una figura che potrebbe sembrare appartenere a un passato remotissimo e che invece è arrivata molto vicino a noi: ancora nel 1968, nel Cuneese, si tenne un convegno dei bacialé, documentato dalle telecamere della televisione svizzera.
Una vita scandita dal ritmo della terra
Per comprendere davvero la vijà bisogna però ricordare il mondo nel quale era inserita.
La vita contadina seguiva innanzitutto il ritmo delle stagioni e dei lavori agricoli: si arava, si seminava e si aspettava. Poi arrivavano la mietitura, la raccolta e la trebbiatura.
Quest’ultima rappresentava un passaggio molto importante. Dopo mesi trascorsi a lavorare e a sperare in condizioni climatiche favorevoli, il grano veniva falciato, raccolto in covoni e trasportato in cascina. Cominciava allora il duro lavoro necessario a separare il chicco dalla paglia.
Finalmente diventava visibile il risultato di un’intera annata. Se il raccolto era abbondante, alla fatica poteva seguire la festa. Se invece grandine, siccità o maltempo avevano compromesso i campi, le conseguenze potevano farsi sentire ben oltre la singola famiglia.
Anche la vijà apparteneva a quel mondo: un mondo nel quale lavoro e socialità, necessità e festa erano molto meno separati di quanto lo siano oggi.
Quando le stalle smisero di essere il salotto della comunità
Per generazioni le sere erano state riempite dalle voci delle persone.
Poi il mondo rurale cominciò a trasformarsi. Cambiarono il lavoro agricolo, le cascine e i ritmi della quotidianità. Migliorarono le condizioni delle abitazioni e sempre più varie diventarono anche le opportunità di svago.
Nelle case entrarono la radio e poi la televisione. Non fu un interruttore acceso da un giorno all’altro, ma una trasformazione progressiva, parte di un cambiamento molto più ampio della società rurale.
Ma a poco a poco la stalla perse la propria funzione di luogo collettivo di ritrovo e la vijà scomparve dalla quotidianità di molte comunità.
Non tutto ciò che viveva durante quelle sere, però, è andato perduto: sono rimasti racconti, canzoni, giochi, parole, testimonianze e qualche rara fotografia.
Sono infatti arrivate fino a noi le memorie delle persone che quelle serate le hanno vissute e che ancora oggi possono raccontarle.
Perché finché qualcuno ricorda e qualcun altro è disposto ad ascoltare, una tradizione non scompare completamente.
Dalle stalle alle vie: A Viè ’ntle Vie a Vottignasco
È proprio da quella memoria che prende ispirazione, a Vottignasco, A Viè ’ntle Vie.
Non una ricostruzione storica della vijà, ma una manifestazione nata con l’intento di riportarne in vita lo spirito.
Canti, giochi, racconti, sapori, tradizioni e momenti legati alla vita contadina tornano così a incontrarsi.
Solo che la vijà, questa volta, esce dalla stalla e arriva nelle vie e nei cortili del paese.
Sono cambiati i luoghi, le persone e anche il nostro modo di vivere insieme.
Eppure dietro A Viè ’ntle Vie rimane qualcosa che apparteneva già alle vijà di un tempo: il piacere e forse anche il bisogno di ritrovarsi per parlare, mangiare, cantare, giocare e raccontare.
E permettere, almeno per qualche ora, a storie e gesti che sembravano appartenere soltanto al passato di tornare a essere condivisi nel presente.
Scopri e partecipa all’edizione 2026 di A Viè ’ntle Vie a Vottignasco, dove per il secondo anno consecutivo ci sarò anch’io con Folklore in Piemonte.
Alle 18.30, in Sala Mazzini, curerò l’intervista giocata a Mario Collino “Prezzemolo”, mentre durante la serata torneranno anche le Tracce di Masche e gli Oràcuj dla Masca.
Registrazione consigliata
Fonti e approfondimenti
- Gian Vittorio Avondo, Giuseppe Moretti, Vita contadina in Piemonte tra Ottocento e Novecento, Edizioni del Capricorno.
- Sergio Donna, Il rito delle “vijà” in stalla nelle rigide sere d’inverno, Storie Piemontesi.
- Gazzetta d’Alba, Con Paolo Tibaldi impariamo il significato del termine piemontese “Bacialé”.
- RSI / tvsvizzera.it, archivio televisivo dedicato ai bacialé e al convegno del 1968 nel Cuneese.
- Testi e testimonianze raccolti nell’ambito di A Viè ’ntle Vie, Vottignasco.






